ITALIA 1, 21.10: La casa dei fantasmi

Postati in commedia, disney, eddie murphy con i tag , , su maggio 29, 2012 da Mino

LA CASA DEI FANTASMI di Rob Minkoff. Con Eddie Murphy, Marsha Thomason, Aree Davis, Marc John Jefferies. USA, 2003. Fantastico.

Ispirato all’attrazione Haunted Mansion di Disneyland, La casa dei fantasmi ha vinto uno Young Artist Award ed ha ricevuto altre quattro nominations. Jim Evers è un agente immobiliare costantemente oberato di lavoro, che dedica pochissimo tempo alla propria famiglia. Il giorno dell’anniversario di matrimonio, Sara, sua moglie, riceve una strana telefonata che la invita al Maniero Gracey, una vecchia casa fuori città. Fiutando un affare, Jim spinge Sara ad accettare l’offerta, ma per accontentare il desiderio della moglie di un weekend in famiglia, acconsente di portare anche i figli Megan e Michael. Gli Evers arrivano dunque al Maniero, ma non sanno che il padrone di casa, Edward Gracey, nasconde un oscuro segreto…

Cavalcando l’onda del successo de La maledizione della prima luna di Gore Verbinsky, la Disney tenta di portare sullo schermo un’altra delle giostre più famose dei suoi parchi a tema, l’orrorifico Haunted Mansion, affidando la sua riduzione al Rob Minkoff de Il re leone. L’idea sarebbe quella di realizzare una commedia per famiglie con alcuni elementi horror, così da riflettere il più possibile lo spirito dell’attrazione originale. Purtroppo, intenzione e messa in scena non sempre vanno di pari passo, e già la scelta iniziale di Eddie Murphy come protagonista fa disperare in un prodotto all’altezza dei Pirati dei Caraibi di Verbinsky. La casa dei fantasmi è un film francamente banale, a tratti volgare, decisamente infantile. I riferimenti alla giostra non mancano, ma, contrariamente all’attrazione, la noia si fa mortale, e Minkoff organizza le trovate sceniche ed i risvolti narrativi come se effettivamente si assistesse ad un baraccone, visto attraverso uno schermo invece che di persona. Eddie Murphy è, da parte sua, assolutamente insopportabile, talmente impantanato in un ruolo cucitogli addosso dal successo ottenuto da essere ormai impossibilitato ad uscirne: senza un barlume di originalità, il suo Jim Evers, già in partenza stereotipo del padre-troppo-impegnato-per-pensare-alla-famiglia, contribuisce ad appiattire ulteriormente una storia che sarebbe risultata scialba in ogni caso. Terence Stamp è qui una parodia di se stesso, decisamente sprecato per un carrozzone le cui uniche inventive notevoli sono prese di peso da Disneyland. Gli elementi horror, chiaramente, non vanno oltre a qualche scheletro semovente e qualche salto sulla sedia tali da provocare qualche strillo ai più piccoli, e qualche sbadiglio in più a tutti gli altri. Fra pretese di romanticismo, umorismo da slapstick, teste canterine, balli a mezz’aria e antichi malefici, de La casa dei fantasmi non rimane niente degno di essere ricordato, solo un’ennesima, soporifera giostra impropriamente trasferita dai parchi a tema al cinema.

TITOLO ORIGINALE: The Haunted Mansion

AL CINEMA: Cosmopolis

Postati in Uncategorized con i tag , , , su maggio 27, 2012 da Mino

COSMOPOLIS di David Cronenberg. Con Robert Pattinson, Kevin Durand, Sarah Gadon, Paul Giamatti. Francia, Canada, Portogallo, Italia, 2012. Drammatico.

Tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo, Cosmopolis ha ricevuto una nomination alla Palma d’Oro al Festival di Cannes. New York City: Eric Packer è uno degli uomini più ricchi del mondo: ad appena ventotto anni, ha uno degli imperi finanziari più imponenti mai visti, e prevede gli andamenti della borsa con estrema facilità. Una mattina, decide di rifarsi il taglio dei capelli, scegliendo un barbiere di fiducia che ha una bottega dall’altra parte della città. La metropoli è ingolfata per via di una visita del Presidente degli Stati Uniti, ed il tragitto richiede tutta una giornata. Durante il percorso, Packer incontra alcuni suoi consulenti, la sua novella moglie, figure anonime e pittoresche, ed ognuno lo forzerà a fare i conti con un aspetto di se stesso.

Il romanzo Cosmopolis di Don DeLillo è una sorta di rielaborazione contemporanea dell’Ulisse di James Joyce, un non-racconto che copre lo spazio di una sola giornata, scandito da flussi di coscienza, pensieri liberi, introspezioni che annientano la narrazione nel suo senso tradizionale. David Cronenberg, regista complesso, eccessivo, politicamente e socialmente attivissimo, capace di inquietanti, disillusi e disperati sguardi sulla realtà, si appropria del linguaggio di DeLillo, della sua opera, e ne fa un messaggio potente, una parabola sul mondo contemporaneo che è, a conti fatti, un suo epitaffio. Eric Packer è un personaggio che potrebbe essere uscito direttamente da un libro di Bret Easton Ellis, un rampante giovane miliardario che comanda un impero finanziario fatto di titoli e di soldi che non esistono, signore di un mondo di vestiti di marca e check-up medici continui, collezionista di quadri e veggente dei mercati azionari; nel mondo perfetto, organico, simmetrico, meccanico di Packer irrompe una variabile esterna, una mancata previsione del valore dello Yuan (ancora, lo spettro della Cina aleggia sugli States) che introduce l’imperfezione, l’asimmetria, l’imprevisto. Fra splendidi dialoghi lynchani, paradossali e surreali, scene altrettanto bizzarre, echi di Marx ed impietosi sguardi su un’umanità dannata che si è meritata ogni catastrofe che si abbatte su di essa, Cronenberg racconta un mondo finito, un’illusione che finalmente collassa su se stessa, con l’intelligenza spietata di chi aveva previsto tutto in anticipo di decenni e che mestamente si compiace della rovina del gigante dai piedi d’argilla contro cui si era scagliato con ogni suo lavoro. Cosmopolis è ambientato quasi interamente all’interno della lussuosissima limousine del protagonista, un microcosmo che vorrebbe chiudere fuori il mondo, salvo poi rimanere letteralmente travolto dal reale, colpito dal non-reale (la finanza). Cronenberg apre le danze citando una poesia del polacco Zbigniew Herbert, e, tra filosofia, tecnologia, memoria personale e storica, manie proprie e crisi mondiali, accumula parole ed immagini, mette in scena personaggi che sono in realtà spettri alla ricerca di se stessi, relitti che cercano di sentire qualcosa col sesso, la violenza, l’arte, strumenti che però rimangono vuoti e privi di passione. In questo senso, il regista riesce a dare un senso anche all’irrimediabile fissità inespressiva del neo-divo Robert Pattinson, un attore incapace che riesce solo a fingere emozioni, esattamente come Packer, che agisce, vive, sperimenta senza capire, sentire, provare (l’espediente è lo stesso, mutatis mutandis, che adottò Stanley Kubrick scegliendo l’altrettanto inespressivo Tom Cruise nel suo ultimo lavoro, Eyes Wide Shut). Attorno a Pattinson, una serie di attori semi-comparse che si avvicendano in gare di bravura, altrettante anime perse che cercano nel proprio lavoro (Kevin Durand, Juliette Binoche, Jay Baruchel), nell’arte (Sarah Gadon), nel sesso (Patricia McKenzie) o in cause disperate ed ideologie folli (Mathieu Amalric, Paul Giamatti) qualcosa con cui riempire il vuoto. Cosmopolis non usa un linguaggio facile, emula il mondo finanziario nell’intrecciare realtà ed illusione, riflette sul rapporto tra tempo ed eterno, tra presente e futuro, comprimendo una giornata in poco più di 100 minuti, si perde fin troppo spesso in psicosi personali nel descrivere la pazzia di massa. Eppure, pochi film come Cosmopolis, ancora, hanno avuto uno sguardo tanto lucido (e folle) nel descrivere e nel mettere in scena una realtà che ha perso il senso del concreto, dell’adesso, del valore, della verità. Inquietante, potente, unico.

TITOLO ORIGINALE: Cosmopolis

RAI3, 21.05: 007: Missione Goldfinger

Postati in 007, sean connery, supereroi con i tag , , , , su maggio 26, 2012 da Mino

007: MISSIONE GOLDFINGER di Guy Hamilton. Con Sean Connery, Gert Fröbe, Honor Blackman, Bernard Lee. GB, USA, 1964. Azione.

Tratto dall’omonimo romanzo di Ian Fleming, 007: Missione Goldfinger ha vinto cinque premi internazionali, tra cui un Oscar (Miglior Montaggio Sonoro), ed ha ricevuto altre tre nominations. Arrivato a Miami Beach, la spia dell’MI6 con licenza di uccidere James Bond viene assegnato all’osservazione di Auric Goldfinger, un multimiliardario che contrabbanda in oro a livello internazionale. Dopo un primo incontro tra i due, Bond avrà modo di vedere quanto spietato sia il suo nuovo avversario, che uccide una sua collaboratrice che aveva familiarizzato con 007. Più che deciso a scoprire come Goldfinger esegue i propri traffici ed a fermarlo, Bond lo insegue fino in Svizzera, fra incredibili pericoli, bellissime donne, e la persistente minaccia della guardia del corpo del milionario, il silenzioso e letale Oddjob…

Se era con Dalla Russia con amore che l’agente 007 di Ian Fleming otteneva fama internazionale, è però con il terzo film della serie, 007: Missione Goldfinger, che Bond diventa un vero e proprio fenomeno di costume, conosciutissimo ed amatissimo ovunque. Per il film di Guy Hamilton, subentrato a Terence Young alla regia, si stanzia finalmente un budget da vero e proprio blockbuster, e la qualità ed il ritmo del film subisce una proporzionale impennata. Missione Goldfinger è senza ombra di dubbio il Bond più famoso, e regala alcune sequenze da antologia imitatissime e parodiatissime: 007 che esce dall’acqua con una tuta da sub, sotto la quale sfoggia un impeccabile smoking; Jill Masterson (una bellissima Shirley Eaton) ricoperta di vernice dorata; la tortura col laser, diventato un must nei film di spionaggio. Si incrementa il numero di Bond-girl, qui tre, dominate dalla splendida e provocatoria Pussy Galore di Honor Blackman, e ne viene riconosciuto il ruolo topico nella serie, così come si introduce il trademark della guardia del corpo quasi sovrumana, in questo caso l’inquietante coreano dalla bombetta di ferro Oddjob (Harold Sakata, wrestler ed atleta giapponese). Sean Connery è sempre più ironico e caustico nella sua interpretazione, ed arriva a sovrapporre il personaggio a se stesso (cosa che, alla lunga, diventerà per lui una vera e propria maledizione); a fargli da brillante contraltare, il tedesco Gert Fröbe, nel ruolo del ricchissimo e crudele Auric Goldfinger, cui sono riservate alcune delle migliori battute mai pronunciate da un villain bondiano (una per tutte, a Bond che gli chiede: “Si aspetta che io parli, Mr. Goldfinger?”, risponde esasperato: “No, mi aspetto che muoia, Mr. Bond!”). Fa finalmente il suo debutto la semi-fantascientifica Aston Martin DB5, talmente ricca di gadget da sembrare un coltellino svizzero su ruote, e si instaura quello che sarà l’archetipo di tutti i film di spionaggio degli anni ’60 ed oltre. Hamilton serra i ritmi rispetto a Young, privilegia l’azione allo spionaggio, incrementa gli elementi che hanno segnato il successo dei primi due film, e realizza quella che sarà la formula bondiana per eccellenza. Assente la SPECTRE, pronta comunque a tornare nel successivo capitolo della saga; per il resto, le avventure di 007 assumono, con Missione Goldfinger, la struttura e gli elementi che le hanno rese leggendarie, compresa la canzone dei titoli di testa, stavolta affidata a Shirley Bassey. Uno spettacolo mozzafiato, divertente, intelligente, genuino: quanto di meglio il cinema di massa degli anni ’60 abbia da offrire.

TITOLO ORIGINALE: 007: Goldfinger

RAI4, 00.50: Piramide di paura

Postati in steven spielberg con i tag , , , su maggio 25, 2012 da Mino

PIRAMIDE DI PAURA di Barry Levinson. Con Nicholas Rowe, Alan Cox, Sophie Ward, Anthony Higgins. USA, 1985. Avventura.

Liberamente ispirato ai racconti di Arthur Conan Doyle, Piramide di paura ha vinto un Saturn Award ed ha ricevuto altre quattro nominations, una delle quali agli Oscar (Migliori Effetti Speciali). Il giovane John Watson, adolescente di buone speranze deciso a diventare medico, incontra, il suo primo giorno di collegio, il brillante quanto eccentrico studente Sherlock Holmes. I due stringono amicizia, e quando il mentore del secondo, il professor Waxflatter, muore in circostanze misteriose, si mettono, pur con somma riluttanza da parte di Watson, ad indagare sul suo e su altri bizzarri decessi. Insieme a Holmes e Watson, si unisce alle indagini anche Elizabeth Hardy, nipote di Waxflatter e fidanzata di Holmes: i tre ragazzi sveleranno un complotto interno al collegio ben al di là delle loro aspettative…

L’idea alla base di Piramide di paura è intrigante: Chris Columbus usa i personaggi di Sir Arthur Conan Doyle per raccontare una storia inedita, risalente alla giovinezza di Sherlock Holmes, in cui dare una sorta di “storia delle origini” su modello supereroico e gettare le basi per quello che sarà il più grande investigatore di tutti i tempi. In questo senso, la sceneggiatura di Columbus non delude, e nel film si ritrovano le spiegazioni di tutti gli elementi più celebri legati a Holmes: la sua pipa, il berretto, la mantellina, la lente di ingrandimento, l’amicizia con Watson, la vita da scapolo, il violino, il senso di giustizia e la carriera di detective, i burrascosi rapporti col fratello Mycroft, l’inimicizia con la nemesi Moriarty. A dirigere questa divertitissima storia fuori dai canoni holmesiani, Barry Levinson, regista altamente spettacolare, capace di mettere le migliori tecnologie (al solito, messe a disposizione dalla Industrial Light & Magic di George Lucas) al servizio di una trama intelligente ed intricata, non all’altezza del “vecchio” Sherlock Holmes in quanto ad intreccio, ma di indubbio fascino. Steve Spielberg è fra i produttori, ed il budget conseguentemente non manca: gli effetti speciali sono i migliori disponibili in quegli anni, e Piramide di paura si aggiudica il primato di contenere il primo personaggio live action completamente realizzato in digitale (il cavaliere composto dai frammenti della vetrata). Levinson e Columbus presentano, rischiando gli strali dei puristi, uno Sherlock Holmes inedito, lontano dall’estrema freddezza usuale al personaggio: emotivo, impulsivo, perfino innamorato, il giovane detective interpretato da Nicholas Rowe è in potenza tutto ciò che Holmes diventerà, ma è al contempo qualcosa di completamente diverso. Più familiare, invece, il John Watson di Alan Cox, una vera e propria versione in miniatura del Watson futuro. Le allucinazioni di cui sono preda le vittime del misterioso assassino danno a Levinson la possibilità di sbizzarrire la propria fantasia, ed il film raggiunge picchi di puro horror, con grotteschi polli arrosto che si ribellano dal vassoio ed inquietanti cavalieri di vetro. Probabilmente, Piramide di paura deluderà lo zoccolo duro degli ammiratori di Conan Doyle, con la sua rilettura del personaggio quasi “sacrilega”; l’intento principale di Columbus, nella sua sceneggiatura, era però quella di umanizzare Sherlock, dando una motivazione precisa ad ogni sua mania, ogni suo tratto distintivo, compreso il carattere distaccato e calcolatore che sarà il suo biglietto da visita. La realizzazione è superba, il ritmo decisamente più adrenalinico del consueto, e la prima avventura del giovane Sherlock Holmes ha molti tratti in comune più con Indiana Jones che non con la propria versione adulta; ma lo spettacolo non manca, ed il divertimento c’è davvero.

TITOLO ORIGINALE: Young Sherlock Holmes

HOME VIDEO: Capitan America

Postati in supereroi con i tag , , , , su maggio 24, 2012 da Mino

CAPITAN AMERICA di Albert Pyun. Con Matt Salinger, Kim Gillingham, Scott Paulin, Ronny Cox. USA, Jugoslavia, 1990. Azione.

Tratto dall’omonima serie a fumetti della Marvel Comics, Capitan America è la quarta riduzione live action del personaggio di Jack Kirby e Joe Simon. 1936, Porto Venere: i soldati nazi-fascisti rapiscono un bambino, Tadzio de Santis, e lo trasformano con crudeli esperimenti nel primo super-soldato dell’Asse, il Teschio Rosso. Sette anni dopo, la dottoressa Maria Vaselli, pentita dei suoi lavori per Mussolini, passa dalla parte degli Alleati, e, recatasi in California, negli USA, ripete l’esperimento su un volontario poliomelitico, Steve Rogers. Rogers diventa Capitan America, il campione della democrazia, ma al suo primo scontro col Teschio Rosso viene sonoramente sconfitto, e rimane congelato tra i ghiacci dell’Alaska. Cap si risveglierà solo nel 1993, alle prese con un mondo che non conosce, con vecchi amici invecchiati o morti, ed un vecchio nemico che invece è più vivo che mai…

Il bello del personaggio di Capitan America, creato da Simon & Kirby nel ’41, in piena Seconda Guerra Mondiale, è il suo carattere atemporale, patriottico ma mai nazionalistico. Steve Rogers, insomma, rappresenta i valori e gli ideali che hanno reso grande l’America, mai il Governo americano, anzi: nei comics diverse volte l’Uomo a Stelle e Strisce si è schierato apertamente contro le linee politiche a lui contemporanee. Basterebbe questa premessa per cestinare del tutto il Capitan America di Pyun: un imbarazzantissimo filmetto a bassissimo budget, tronfio e rigonfio di retorica nazionalistica e guerrafondaia, partorito da un incubo Repubblicano di matrice reaganiana. Già la qualità tecnica lascia parecchio a desiderare: i bloopers sono numerosissimi, e si va da un’improbabile passeggiata dal Polo Nord al Canada in appena mezza giornata, allo scudo di Capitan America che, sottrattogli prima dell’ibernazione, ricompare miracolosamente nel blocco di ghiaccio del Super Soldato, fino alle famigerate orecchie di gomma (la maschera di Cap aveva originalmente buchi per far uscire le orecchie di Salinger, che però si irritavano facilmente: le orecchie dell’attore furono perciò sostituite da orride protesi in gomma). La recitazione è ai minimi storici, paragonabile solo al quasi contemporaneo Il vendicatore di Goldblatt: non per niente, Dolph Lundgren era stato preso in considerazione per il ruolo del protagonista, reso poi con altrettanta inespressività granitica da Matt Salinger; anche gli altri attori non brillano certo per abilità, con la possibile eccezione di Scott Paulin, il cui Teschio Rosso è però solo una bidimensionale macchietta piuttosto ridicola, ed un inutilissimo Ned Beatty. La storia si scrive su un fazzoletto, e la sceneggiatura è talmente carente da far rimpiangere gli action movie di Seagal. Tecnica a parte, rimane l’ideologia di base del film, tristemente lontana da quella originale del personaggio, ed improponibile in qualunque altro contesto: il Capitan America di Pyun, che usa il proprio scudo per decapitare i nemici e sacrifica del tutto l’uso della testa a quello dei pugni, farebbe rabbrividire chiunque; si raggiunge i massimi livelli di retorica filo-bellicistica e nazionalista al momento in cui il Presidente USA (un divertito, almeno lui, Ronny Cox), valoroso veterano del Vietnam e bambino cresciuto nel mito del Capitano, diventa la spalla dell’eroe, e con lui fa a pugni con i cattivi, portando la democrazia in un paese dominato dalla malavita e dal crimine (chiaramente l’Italia). Capitan America non solo è irritante, mal fatto, negativo, decerebrato e fondamentalmente stupido: è anche, e soprattutto, imbarazzante nella sua ingenua (?) messa in scena, tronfia e soddisfatta, di un’ideologia da galera.

TITOLO ORIGINALE: Captain America

AL CINEMA: Dark Shadows

Postati in christopher lee, commedia, horror, johnny depp, michelle pfeiffer, tim burton con i tag , , , su maggio 22, 2012 da Mino

DARK SHADOWS di Tim Burton. Con Johnny Depp, Eva Green, Bella Heathcote, Michelle Pfeiffer. USA, 2012. Fantastico.

Tratto dall’omonima serie televisiva di Dan Curtis, Dark Shadows è il terzo film basato sulla popolare soap. Collinwood, Maine, 1780: il giovane Barnabas Collins, rampollo della famiglia fondatrice della città ed indiscussa padrona del mercato ittico della zona, ha la sventurata idea di sedurre ed abbandonare Angelique Bouchard, che si rivela essere una vendicativa strega. Dopo aver ucciso i genitori e la promessa sposa di Barnabas, Josette, Angelique trasforma il ragazzo in un vampiro, e spinge la popolazione a seppellirlo vivo. Barnabas riuscirà a liberarsi della propria prigionia solo due secoli dopo, nel 1972: davanti a lui, un mondo nuovo e misterioso, ma soprattutto, discendenti caduti in rovina e praticamente sul lastrico. E’ ora di rispolverare il nome dei Collins.

Sembra che Johnny Depp, da bambino, fosse un fan sfegatato dell’anomala soap opera Dark Shadows, ideata nel 1966 da Dan Curtis, e che sognasse di poter diventare, da grande, come il suo eroe, il vampiro Barnabas Collins. Depp, almeno, ha realizzato un sogno di infanzia, così come Tim Burton, anch’egli appassionato della serie. Il pubblico, invece, si ritrova davanti all’ennesima riproposizione di un immaginario ed uno stile che ripetono se stessi da ormai troppo tempo. Il solito Tim Burton dirige il solito Johnny Depp e la solita Helena Bonham Carter, col cameo del solito Christopher Lee, nella solita commedia gotica, accompagnata dalla musica del solito Danny Elfman. Squadra che vince non si cambia, vero, ma è altrettanto vero che la reiterazione continua stanca, e Burton, dopo lo splendido Big Fish, si è arenato in una stanca creativa che gli impedisce di essere ancora una volta originale. Certo, Dark Shadows ha i suoi punti di forza, a partire da un cast all-star che non mancherà di divertire, con una tostissima e quasi macbethiana Michelle Pfeiffer ed un simpaticissimo Jackie Earle Haley; la sceneggiatura è brillante, si strappa più di qualche risata, e la colonna sonora, Elfman a parte, è ricca e variegata (divertentissimo, peraltro, il cameo di Alice Cooper, la “dama più brutta” che Barnabas abbia mai visto). Il cast, però, viene messo rapidamente da parte dall’entrata in scena di Johnny Depp, che focalizza l’intera attenzione narrativa su di sé, riducendo tutti gli altri, eccetto l’antagonista Eva Green, a poco più che comparse. Oltre le battute azzeccate ed i tempi comici rispettati da manuale, la trama si svolge in maniera prevedibile e scontata, con un “colpo di scena finale” annunciato da subito ed incoerenze narrative notevoli; quel poco della storia che si è salvato nelle battute finali si disperde in un tripudio di vampiri, streghe, lupi mannari e banshee che tritura ogni  barlume di soggetto. Il clima degli anni ’70 è ricostruito solo da un punto di vista estetico, e la carica eversiva della serie si disperde in una messa in scena di effetti speciali che, pur buoni, non bastano certo a se stessi. Di più, Dark Shadows rimane incerto dalla prima all’ultima sequenza sul tono da tenere, e più che ibridare l’horror alla commedia, alterna ora l’uno, ora l’altro genere, incapace di creare un sistema unitario. Non una delusione totale, rispetto al precedente Alice in Wonderland questo Dark Shadows è oro, ma Tim Burton ha già dimostrato di saper fare ben di più: peccato costringere il pubblico a pensare che si sia trattato di un colpo di fortuna.

TITOLO ORIGINALE: Dark Shadows

ITALIA 1, 23.50: L’ultima casa a sinistra

Postati in horror con i tag , , , su maggio 21, 2012 da Mino

L’ULTIMA CASA A SINISTRA di Dennis Iliadis. Con Garret Dillahunt, Sara Paxton, Monica Potter, Tony Goldwin. USA, 2009. Thriller.

Remake dell’omonimo film di Wes Craven, L’ultima casa a sinistra ha vinto un Silver Raven a Bruxelles, ed ha ricevuto una nomination ai Saturn Award, e due ai Chainsaw Award. Krug è un pericoloso psicopatico, un assassino ed uno stupratore, che evade grazie all’aiuto di Sadie, la sua donna, e del fratello Francis. Intanto Mari Collingwood, arrivata con i genitori a passare le vacanze nella loro casa sul lago, conosce Justin, un ragazzo che invita lei e l’amica Paige a fumare marijuana al suo motel. Sfortunatamente per le due ragazze, il padre di Justin è proprio Krug, che le sottoporrà alle peggiori torture e sevizie, finendo poi con l’ucciderle. Il caso vuole che, per via di un guasto alla macchina, Krug ed i suoi debbano chiedere ospitalità per la notte proprio in casa dei Collingwood: Mari, miracolosamente sopravvissuta, scatenerà contro i criminali la furia degli apparentemente innocui genitori…

Durante i primi anni ’00 è nata, negli Stati Uniti, la curiosa moda di realizzare remake dei classici del New Horror, rielaborandoli, rendendoli più moderni, ed appiattendo da ultimo ogni loro carica polemica, rivoluzionaria, disturbante, orrorifica, con un piattume ed un bigottismo da fare invidia alla società pre-sessantottina cui il genere voleva opporsi. L’ultima casa a sinistra, “rimesso a nuovo” dal semi-esordiente Dennis Iliadis, non fa eccezione, ed anzi conferma in maniera catastrofica l’abitudine (evitata solo, al momento, dalla revisione di Halloween di Rob Zombie). Laddove l’originale di Wes Craven osava distruggere l’apparenza della bella vita borghese, il remake di Iliadis la riconferma e le dà vigore morale; dove il primo non si peritava a rivelare le mostruosità di cui una famiglia normale è capace una volta giunta al limite, il secondo giustifica gli eccessi e legittima la violenza. Perfino la violenza grafica, che in Craven aveva causato un vero e proprio scandalo, con odiose e malmesse censure che hanno afflitto il film un po’ dappertutto in giro per il mondo, in Iliadis appare timorosa, prudente, mai oltre il limite accettabile, nemmeno sfiorato peraltro, e strombazzata come sconvolgente solo da un ruffianissimo divieto di visione ai minori di 18 anni. L’operazione messa in atto da Iliadis e dagli sceneggiatori Adam Alleca e Carl Ellsworth è sottile ed apparentemente fatta di revisioni minime, ma finisce con lo stravolgere la carica polemica insita nel soggetto: la giovane Mari (una insopportabile e banalissima Sara Paxton) non ha niente della carica eversiva della sua controparte craveniana, la sua è innocenza violata invece che ribellione punita, il suo ruolo di vittima è totale, indiscusso, socialmente riconosciuto; il fatto, poi, che la ragazza sia ancora viva, sovverte del tutto le regole del gioco: i coniugi Collingwood agiscono nel remake per protezione, non per vendetta, ed ogni azione, per quanto efferata, è dunque giustificata alla luce del nucleo familiare da preservare, lo stesso nucleo che Craven aveva demolito dimostrando come, alla fine, vittime e carnefici siano alla fine estremamente simili nella sete di sangue e nella furia omicida. A nulla valgono la buona interpretazione di Garret Dillahunt, la cui bestialità è estremamente contenuta rispetto alla barbarie anarchica di David Hess, e la scena dopo i titoli di coda, estremamente incoerente, quasi un contentino a chi si aspettava un torture porn mai arrivato. Triste, soprattutto perché L’ultima casa a sinistra non era solo intrattenimento, era politica, nel senso più provocatorio e problematico della parola: il film di Iliadis, invece, è solo una bigotta e patetica conferma dello status quo, travestita infantilmente da scandalo mediatico.

TITOLO ORIGINALE: The Last House on the Left

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