AL CINEMA: Sully

Posted in clint eastwood, tom hanks with tags , , , , on dicembre 6, 2016 by Mino

sullySULLY di Clint Eastwood. Con Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Chris Bauer. USA, 2016. Biografico.

Tratto dal libro autobiografico Highest Duty: My Search for What Really Matters di Chesley Sullenberger e Jeffrey Zaslow, Sully ha vinto un Hollywood Film Award, un NBR Award e un Icon Award, ed ha ottenuto altre nove nomination. New York City, 2009: il volo US Airways 1549 perde entrambi i motori in seguito all’impatto con uno stormo di uccelli; per evitare il disastro, il comandante Chesley “Sully” Sullenberger tenta un rischioso ammaraggio nel fiume Hudson, riuscendo nell’impossibile e salvando la vita a tutte e 155 le persone a bordo, passeggeri e personale. La compagnia aerea, però, comincia un’indagine sul pilota riconosciuto da tutti come un eroe nazionale, mettendo in dubbio la necessità di una mossa tanto azzardata.

Il 15 gennaio 2009, l’America ed il mondo intero avevano tenuto il fiato sospeso per quella che rischiava di essere un’altra terribile catastrofe aerea dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, quando un volo nazionale cominciò a precipitare su New York City dopo un incredibile doppio birdstrike; se la tragedia si evitò fu grazie soprattutto alla prontezza di riflessi ed alla abilità del comandante Sullenberger, noto al grande pubblico come “Sully”, che dirottò l’aereo sull’Hudson e riuscì in un non certo facile ammaraggio. Da una vicenda di personale eroismo, riportato nel libro Highest Duty firmato dallo stesso Sully e dal giornalista Jeffrey Zaslow, Clint Eastwood decide di trarre la sua nuova parabola americana, che dopo il nazionalista e reazionario American Sniper va a formare un nuovo tassello nel mosaico che compone la complessa visione del regista sul proprio paese (e non solo). Tom Hanks interpreta l’esperto pilota vicino al pensionamento con un cipiglio grave e riflessivo, un uomo non abituato ai riflettori che si ritrova ad essere al centro di un circo mediatico non cercato né particolarmente apprezzato: lui diventa non solo e non tanto l’immagine dell’eroe americano, come potevano essere nella filmografia eastwoodiana J. Edgar Hoover o Chris Kyle, ma dell’America stessa, o almeno di quella che il buon vecchio Clint vorrebbe. La vicenda di Sully e dei 155 passeggeri del volo US Airwars 1549 come raccontata da Eastwood e dallo sceneggiatore Todd Komarnicki certo sottolinea la capacità degli States di riunirsi per fare fronte alle emergenze, tirando fuori il meglio di sé e realizzando l’impossibile, ma non solo: interrogato su come sia riuscito a compiere un’impresa senza precedenti, il comandante insiste sul fatto che non solo lui, ma tutti hanno contribuito, dal copilota (un bravissimo Aaron Eckhart) al personale di volo, dalla guardia costiera alla Croce Rossa finanche agli stessi passeggeri, eliminando così alla radice qualsiasi traccia di (repubblicano) individualismo e rimandando ad una collettività che può e deve lavorare in sincronia per far fronte a situazioni limite. Soprattutto, il processo ai danni di Sully e di Jeff Skiles riporta l’attenzione sull’elemento umano, una minuscola variabile traducibile in pochi secondi capace di fare però la differenza tra la vita e la morte, che lontano da calcoli matematici e sterili probabilismi inserisce un quid di indubbia fragilità ma anche di inventiva e ingegnosità che è e rimane il tratto distintivo e salvifico dell’umanità in quanto tale. Eastwood dirige Sully con maestria, crea tensione, ricostruisce l’incidente inchiodando il pubblico alla poltrona e permette un’identificazione totale col protagonista, trasmettendo la sua ansia nel dipanarsi di un processo dettato da interessi assicurativi e il suo disagio in un ruolo di eroe nazionale che non gli appartiene. Commovente, tesissimo e rigoroso nella rappresentazione, Sully è un’allegoria brillante e mai retorica, che ripercorrendo la storia passata di un uomo racconta la storia sperabilmente futura di una Nazione che ancora, nonostante le recenti ondate di populismo (peraltro benedette da Eastwood…), può e vuole dire qualcosa al mondo.

TITOLO ORIGINALE: Sully

RICHIESTA: Il giovane favoloso

Posted in Uncategorized with tags , on novembre 27, 2016 by Mino

il-giovane-favolosoIL GIOVANE FAVOLOSO di Mario Martone. Con Elio Germano, Massimo Popolizio, Michele Riondino, Valerio Binasco. Italia, 2014. Biografico.

Ispirato alla vita di Giacomo Leopardi, Il giovane favoloso ha vinto diciannove premi internazionali, tra cui cinque David di Donatello, e ha ricevuto altre sedici nomination, nove delle quali sempre ai David. Recanati, inizio XVIII secolo: Giacomo Leopardi, figlio del conte Monaldo, è un giovane dallo straordinario intelletto, un fine intellettuale che stupisce per acume e cultura fin dall’infanzia. I successi letterari di Leopardi, però, si accompagnano a una vita personale segnata dalla solitudine, da una struggente malinconia e da un difficile rapporto con la famiglia, che lo porteranno, nonostante la salute fragile, a lasciare Recanati ed a viaggiare per l’Italia alla ricerca di una serenità d’animo che sembra sfuggirgli continuamente…

Dopo la bella prova di Noi credevamo, Mario Martone torna al film in costume affrontando la vita di una delle figure letterarie più rilevanti e suggestive della storia italiana: Giacomo Leopardi, il “giovane favoloso” del titolo. L’onere di interpretare il genio sociopatico e maniaco-depressivo spetta ed Elio Germano, che nonostante alcuni limiti obiettivi (a lui l’ingrato compito di interpretare il poeta dai quindici ai trentanove anni, indicando l’invecchiamento del personaggio solo dalla crescente gobba) riesce a restituire un ritratto umanissimo, tragico e simpatetico di Leopardi, interpretando con passione e bravura anche alcune delle sue opere più celebri, da L’infinito La ginestra. Proprio sull’umanizzazione della figura storica lavora Martone, e il suo ritratto punta più sugli aspetti psicologici e umani che non su quelli prettamente letterari, tentando di restituire alla vita una figura spesso e volentieri resa bidimensionale dai manuali scolastici. L’ambiguo rapporto di amore-odio col padre, quello inesistente e freddo con la madre (poi trasfigurata in “matrigna” ed assolutizzata nella Natura), la relazione filiale con Pietro Giordani, la tenera amicizia con Antonio Ranieri, l’amore non corrisposto verso Teresa “Silvia” Fattorini prima e Fanny Targioni Tozzetti poi, tutti gli incontri vanno a comporre il mosaico della personalità di Giacomo Leopardi, un apolide dell’esistenza in controtendenza rispetto alla propria epoca, un pessimista cosmico visto come un alieno dai seguaci del Positivismo, sempre fuori posto e fuori tempo. Girando tra Recanati, Roma, Firenze e Napoli Martone ricostruisce i luoghi leopardiani, ripercorrendo gli itinerari “nomadici” del poeta alla ricerca di un luogo cui appartenere, lontano dalla soffocante realtà di un paese troppo piccolo per le sue ambizioni e i suoi desideri, ma da ultimo l’unico in grado di restituirgli una sensazione di appartenenza, per quanto triste e scomoda. La Storia scorre in sottofondo, ignorata dal protagonista e quindi dal regista, mentre drammi personali ed esistenziali diventano l’unica realtà che conta, in una crescente lontananza dalle inquietudini politiche di un’Italia che si avvia al Risorgimento e di un’Europa sul punto di disgregarsi a causa delle pressanti rivendicazioni nazionaliste. A livello stilistico, Martone rimane estremamente filologico, quasi impersonale, e salvo l’unica, affascinante sequenza onirica del dialogo tra la Natura e l’islandese, la ricostruzione storica non lascia spazio ad alcun apporto personale da parte dell’autore. Preciso e corretto nelle ricostruzioni, Il giovane favoloso finisce però con l’esaurirsi in se stesso nel raccontare la biografia di Leopardi, rifiutandosi di trasformare il poeta in simbolo, ma rinunciando così anche ad uscire dai meri fatti, in una visione indubbiamente precisa ma quasi asettica e spersonalizzante, paradossalmente un’opera in tutto e per tutto scolastica. Per quanto impersonale, comunque, Il giovane favoloso rimane una ricostruzione seria e puntuale, che ha l’indubbio merito di restituire passione, carne e sangue ad una figura come troppe incartapecorita nell’immaginario comune da reiterate esperienze liceali.

TITOLO ORIGINALE: Il giovane favoloso

AL CINEMA: Animali fantastici e dove trovarli

Posted in colin farrell, fantasy, harry potter, johnny depp with tags , , , , , on novembre 22, 2016 by Mino

animali-fantastici-e-dove-trovarliANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI di David Yates. Con Eddie Redmayne, Katherine Waterstone, Dan Fogler, Alison Sudol. GB, USA, 2016. Fantasy.

Tratto dal libro Gli animali fantastici: dove trovarli di J. K. Rowling, Animali fantastici e dove trovarli è il primo spin-off della saga di Harry Potter. New York City, 1926: il mago britannico Newt Scamander arriva in città con una valigia piena di creature magiche che ha raccolto in giro per il mondo. Una serie di disavventure con il locale Ministero della Magia, il MACUSA, e con il no-mag (babbano) Jacob Kowalski porta alcune delle creature a fuggire dalla valigia, nascondendosi in città. Aiutato da Kowalski e dalla ex-Auror Tina Goldstein, Newt si metterà alla loro ricerca, ma qualcosa di ben più malvagio e pericoloso dei suoi animali fantastici si muove per New York, e Scamander potrebbe essere l’unica possibilità di fermarlo…

Nel 2001, per sostenere una raccolta fondi dell’organizzazione caritatevole Comic Relief, la scrittrice J. K. Rowling aveva pubblicato come false document Gli animali fantastici: dove trovarli, uno dei libri di testo su cui studiavano i tre protagonisti dei suoi romanzi di maggior successo, Harry, Ron e Hermione dalla saga di Harry Potter. A distanza di quindici anni, la Rowling è diventata la donna più ricca del Regno Unito, ha venduto milioni di copie dei propri libri e ha continuato a espandere l’universo letterario (e non solo) del maghetto occhialuto, fino ad annunciare, nel 2013, l’intenzione di esordire alla sceneggiatura con un adattamento proprio del piccolo pseudobiblium del 2001, con una storia non legata a quella di Harry Potter ma ambientata nello stesso universo narrativo, ponendo le basi per un’espansione in stile Star Wars o Marvel Cinematic Universe. Dopo l’orrido ottavo libro, in realtà il copione dello spettacolo teatrale Harry Potter e la maledizione dell’erede che con somma costernazione dei puristi potteriani e degli amanti del buongusto la Rowling ha dichiarato ufficialmente canonico, le speranze di vedere uno spin-off all’altezza del materiale originale si erano affievolite, ma fortunatamente Animali fantastici e dove trovarli si rivela da ultimo grosso modo il film in cui i fan speravano, e un’avventura divertente e fantasiosa anche per chi ancora non ha familiarità con il mondo di Harry Potter. La Rowling alla sceneggiatura confeziona una storia zeppa di riferimenti al proprio universo narrativo, ma godibilissima anche per chi non è in grado di coglierli, una vera e propria reintroduzione in un universo pieno di meraviglie e misteri. L’incipit è indubbiamente troppo lungo, e per quanto gli effetti speciali a regola d’arte e la notevole inventiva della Rowling che immagina un mondo parallelo a quello umano con maghi burocrati e goblin valletti non manchino di incantare, per arrivare alla trama vera e propria passa una buona metà film. Quando l’avventura inizia davvero, però, la storia non delude, e complice la regia di David Yates, che dopo aver diretto gli ultimi quattro capitolo della saga originale è ormai un veterano, il ritmo accelera e ritrascina lo spettatore in intrighi magici, rapporti tra maghi e babbani (finalmente esplorati), scenari da favola “urbanizzati” e mirabolanti incantesimi. Eddie Redmayne è il protagonista, Newt Scamander, mago di buon cuore ma decisamente sociopatico, più a suo agio con le proprie bestie che con altri esseri umani, un borderline teneramente inquietante che porta uno stile tutto nuovo al film; accanto a lui la futura moglie Tina, interpretata da Katherine Waterston, altrettanto maldestra e socialmente inabile; chi ruba davvero la scena però è Dan Fogler, che nei panni del babbano/no-mag Kowalski incarna il pubblico, estasiato e meravigliato di fronte alle straordinarie magie del mondo della Rowling, con un’auto-ironia e un umorismo sempre funzionali. Non mancano anche gli antagonisti, tra un ambiguo Colin Farrell, un inquietante ma straziante Ezra Miller e un digitalizzato ma riconoscibilissimo Ron Perlman; chi conquista di più il pubblico sono proprio le creature fantastiche del titolo, ognuna caratterizzata e personalizzata, dall’irresistibile Snaso cleptomane al fiero e maestoso Uccello del Tuono, passando per un Demiguise (una sorta di bradipo camaleontico) e un Purvincolo (un grosso e cattivissimo criceto infernale), tutti portati in vita da un CGI mai troppo ingombrante e valorizzato dal 3D ambientale. Il film non rinuncia a divertenti e critici parallelismi con l’America della segregazione razziale e del proibizionismo, dell’integrazione problematica e dei falsi progressismi, uscendo finalmente da Hogwarts per un’analisi di più ampio respiro di un mondo rimasto il più delle volte “fuori le mura”. A conti fatti, Animali fantastici e dove trovarli non è il capolavoro osannato da molti, ma riesce ad evitare di essere anche il disastro che sembrava possibile: il limite del film è e rimane quello di porsi prima di tutto come introduzione ad una nuova saga, rinunciando il più delle volte a seguire una linea propriamente autonoma, e rimandando il più a inevitabili sequel; il lato indubbiamente positivo, però, è riuscire nel revival e nel restyling di un universo narrativo tra i più affascinanti e meglio costruiti degli ultimi due decenni, regalando una storia comunque godibilissima, ritmata e divertente. Un atteso e benvenuto ritorno a casa, che tra l’altro dà speranza sulla capacità della Rowling di rimettere mano all’universo da lei creato senza snaturarlo.

TITOLO ORIGINALE: Fantastic Beasts and Where to Find Them

AL CINEMA: In guerra per amore

Posted in commedia with tags on novembre 15, 2016 by Mino

in-guerra-per-amoreIN GUERRA PER AMORE di Pierfrancesco Diliberto. Con Pif, Andrea Di Stefano, Miriam Leone, Maurizio Marchetti. Italia, 2016. Commedia.

Dedicato a Ettore Scola, In guerra per amore è il secondo film di Pif. New York City, 1943: l’immigrato siciliano Arturo Giammarresi vuole sposare la bella Flora Guarneri, di cui è innamorato, ma lo zio di lei l’ha già promessa ad un altro. L’unica possibilità che ha di coronare il proprio sogno d’amore è quello di tornare alla natia Sicilia e di chiedere la mano della ragazza direttamente al padre di lei; l’Italia, però, è lacerata dalla Seconda Guerra Mondiale, e sembra impossibile andarci…almeno finché il governo americano non lancia l’Operazione Husky, che grazie ai contatti del criminale Lucky Luciano permette agli Alleati di sbarcare in Sicilia. Arturo, arruolatosi per amore di Flora, si mette in cerca del paese di Crisafullo proprio nei giorni in cui la storia prende un corso imprevisto.

Tre anni dopo lo straordinario successo de La mafia uccide solo d’estate Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, torna nelle sale con una nuova “commedia inchiesta”, una sorta di “prequel” al primo film che indaga sulla rinascita del potere mafioso in Sicilia dopo il suo quasi totale annientamento ad opera di Cesare Primo Mori, il Prefetto di Ferro. L’ambientazione si sposta agli anni Quaranta, gli ultimi della Seconda Guerra Mondiale, ma i due protagonisti, Arturo Giammarresi e Flora Guarneri, rimangono gli stessi (anche se Cristiana Capotondi è qui sostituita da Miriam Leone), quasi a voler indicare che, indipendentemente dal contesto, la storia raccontata è sempre la stessa, quella di un ragazzo e una ragazza qualunque che vedono la propria vicenda personale sovrapposta a eventi e movimenti molto più grandi di loro, ma che avranno comunque effetto sulle loro vite. Al centro della poco ortodossa inchiesta di Pif c’è, stavolta, lo scomodo retroscena dell’Operazione Husky, che vide il generale Patton conquistare la Sicilia infliggendo il primo grave corpo alle forze nazifasciste, utilizzando però i contatti forniti da Lucky Luciano e dalla mafia italoamericana, risultando da ultimo, oltre che nella liberazione del paese, anche nella restaurazione del potere di Cosa Nostra in terra sicula. La vicenda è raccontata con la solita “falsa” leggerezza di Pif, con i grandi sommovimenti storici a fare da sfondo alle vicende personali del protagonista, completamente distratto dal contesto generale fino a che qualcosa non lo porta ad interessarsi a un bene superiore. Stilisticamente, si può ben rimproverare a Pif una certa ripetitività rispetto a La mafia uccide solo d’estate, del quale si replicano trovate, atmosfere e dinamiche; la formula, però, continua a funzionare, e tra omaggi alla commedia dell’arte (i due mendicanti di Sergio Vespertino e Maurizio Bologna), auto-riferimenti (torna il famigerato e inintelligibile “water” de Il testimone) e scene dominate da un umorismo squisitamente surreale (le “sberle” tra le statue di gesso del Duce e della Madonna, l’asino volante), In guerra per amore scorre via piacevole e ritmato, una commedia intelligente che rimanda ai classici del realismo italiano socialmente impegnato (non per niente la pellicola è dedicata a Scola) ma che non rinuncia a seguire un proprio stile originale. I drammi umani e quelli politici si intersecano, tra lutti personali e sconfitte di tutti, e l’ambiguità di alcuni personaggi, primo tra tutti il Don Calo’ di uno straordinario Maurizio Marchetti, contribuiscono a rendere l’idea della complessità di un quadro che non cede a semplificazioni né manicheismi, in una prospettiva che, complice un brillante ed agghiacciante “discorso di benvenuto” alla democrazia, apre ad una serie di ingerenze, influenze e complicità che avrebbero deciso l’intera storia d’Italia, e non solo. La leggerezza è un ottimo sistema per far passare concetti e messaggi più complessi, e Pif si muove egregiamente tra i due registri, alternando sequenze semplicemente esilaranti ad altre fortemente drammatiche ed emozionali, il tutto senza perdere di vista l’obiettivo di un film storico e di denuncia sociale, all’interno di una poetica che fa sempre e comunque dell’informazione e dell’educazione un elemento cardine. Arricchito dagli splendidi scenari di Erice e dalle musiche del solito Santi Pulvirenti, emozionante, accurato, polemico e indubbiamente divertente, In guerra per amore conferma Pif come autore, definendone la poetica e lo stile in modo ormai inscindibile dal personaggio. Un ritorno graditissimo.

TITOLO ORIGINALE: In guerra per amore

RICHIESTA: God’s Not Dead 2

Posted in Uncategorized with tags , , on novembre 11, 2016 by Mino

gods-not-dead-2GOD’S NOT DEAD 2 di Harold Cronk. Con Melissa Joan Hart, Jesse Metcalfe, Hayley Orrantia, David A. R. White. USA, 2016. Drammatico.

Sequel di God’s Not Dead di Cronk, God’s Not Dead 2 segna l’ultima apparizione di Fred Thompson. Grace Wesley è un’insegnante di storia liceale: un giorno, durante una lezione sui movimenti non-violenti, una studentessa, Brooke, le fa una domanda sull’analogia delle posizioni di Martin Luther King, del Mahatma Gandhi e di Gesù. La professoressa ovviamente risponde, ma l’aver nominato Gesù in classe le costa una denuncia alla presidenza e al consiglio d’istituto, una sospensione e perfino una denuncia penale, in quanto così facendo avrebbe violato il principio di separazione tra Stato e Chiesa. La situazione sembra disperata, ma un giovane avvocato idealista, Tom Endler, prende a cuore il suo caso.

Sembrerebbe impossibile, ma il sermone in film di due ore e passa God’s Not Dead ha ottenuto, negli Stati Uniti e non solo, un enorme successo di pubblico, direttamente proporzionale all’asprezza delle stroncature della critica. Con due milioni di dollari spesi e più di sessantadue guadagnati, era prevedibile che l’idea di un sequel sfiorasse la mente dei produttori, e così sciaguratamente è stato. Dal primo film tornano il regista Harold Cronk, gli sceneggiatori Chuck Konzelman e Cary Solomon, e alcuni degli attori (Paul Kwo, Trisha LaFache, David A. R. White, Benjamin Onyango e l’intera band dei Newsboys), tutti insieme per difendere il cristianesimo dalla persecuzione laicista e per restituire fiducia e speranza a chi si vergogna di professare la propria fede. God’s Not Dead 2 alza un po’ il tiro rispetto al film precedente, ed ha il (solo) merito di partire da un assunto minimamente più credibile del cattivo professore di filosofia che boccia gli studenti che non fanno pubblica affermazione di ateismo; la trama, stavolta, porta alle conseguenze estreme, snaturandole in una parodia grottesca, quella che è comunque una tendenza alla scristianizzazione ed alla areligiosità del sistema d’istruzione occidentale, specie americano, e lo fa seguendo da vicino la vicenda di una innocente e ingenua prof di storia, una svampita e sdolcinata Melissa Joan Hart, che commette il grave crimine di citare durante una sua lezione Gesù come figura storica (peraltro rispondendo a una domanda diretta). Quello che segue è il solito, imbarazzante carosello di luoghi comuni, di biechi atei oscurantisti, di manifestazioni pubbliche, di concerti, di hastag e slogan. Nelle mani di Cronk e dei suoi fidi sceneggiatori, la religione non si configura come una relazione con Dio e uno stile di vita corrispondente, ma come un’ideologia da difendere, in un triste circo di nonsense e dibattiti pseudo culturali da cui si salva solo il pur interessante confronto con l’ex detective della omicidi J. Warner Wallace; “Siamo in guerra”, annuncia solennemente il Reverendo Dave di David A. R. White, e su questi binari si muove il film, con una guerra impari che vede i seguaci della Verità portati in tribunale e denunciati sulla pubblica piazza come oppressori e persecutori, quando sono in realtà le vittime di tutti e ciascuno. Le recrudescenze da crociato di God’s Not Dead 2 sono tanto più gravi quanto mischiano realtà oggettive a manie di persecuzione distorte dal fanatismo, andando da un pur presente (e a tratti preoccupante) movimento di scristianizzazione ad assurdi e distopici episodi che vanno dall’arresto dei sacerdoti che “non si piegano al sistema” ai consigli di istituto che contattano lobby e avvocati per distruggere la vita di una singola insegnante che osa essere cristiana. Dialoghi inascoltabili, evoluzione dei personaggi risibile, un impianto semi-teatrale che rimanda più che altro a legal drama vari piuttosto che a La parola ai giurati Testimone d’accusa, una storia raccontata coi piedi e zeppa di messaggi edificanti e perle spiritualeggianti random, il tutto trova il proprio posto in un pastrocchio che fa un frullato incredibile di idee, posizioni e storie, a tratti disorientante ma perlopiù noioso e imbarazzante. God’s Not Dead 2 è sicuramente meglio del primo film, ma sarebbe come dire che il latte rancido è più buono di quello rappreso.

TITOLO ORIGINALE: God’s Not Dead 2

AL CINEMA: Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia

Posted in cartone, edward norton with tags , , , , , on novembre 6, 2016 by Mino

sausage-party-vita-segreta-di-una-salsicciaSAUSAGE PARTY – VITA SEGRETA DI UNA SALSICCIA di Conrad Vernon, Greg Tiernan. Con (voci) Seth Rogen, Kristen Wiig, Nick Kroll, Michael Cera. USA, 2016. Animazione.

Film d’esordio di Greg Tiernan, Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia è il quarto film di Conrad Vernon. In un supermercato, tutti gli alimenti non aspettano altro che di essere scelti dagli Dei e portati nel Grande Oltre, dove li aspetta un’eternità di gioia e beatitudine. Anche la salsiccia Frank e la panina Brenda, fidanzati, vengono finalmente scelti, ma un incidente li separa dal carrello e si ritrovano persi tra gli scaffali del negozio. La “tragedia” si rivelerà però una benedizione, al momento in cui Frank scopre l’orribile verità: il Grande Oltre non esiste, e gli Dei non sono altro che “mostri” che scelgono i cibi per divorarli. Frank tenterà di rivelare la verità a tutti, combattendo nel frattempo El Lavanda, una malvagia lavanda vaginale che vuole vendicarsi di lui e di Brenda.

Un elemento ricorrente in tutti i film Disney e/o Pixar è un semplice ed efficace gioco di trasposizione, che parte dalla domanda “E se anche … avessero sentimenti?”. La Disney si è da sempre specializzata nell’attribuzione di sentimenti umani agli animali (Il libro della giunglaIl re leoneAlla ricerca di NemoRatatouille e infiniti altri), ma con la collaborazione Disney/Pixar la sfera si è allargata fino a comprendere i giocattoli (i tre Toy StoryRalph Spacca-tutto), le automobili (i due Cars), e perfino i sentimenti stessi (Inside/Out), idea ripresa da altri studi come, recentemente, dalla Warner con The LEGO Movie; lo stesso concetto è stato ripreso da Seth Rogen, ma declinato in maniera decisamente più cattiva e scorretta: e se anche il nostro cibo avesse sentimenti? Il risultato è il folle Sausage Party – Vita segreta di una salsiccia, un cartone rigorosamente vietato ai minori (almeno negli States, qui il divieto si ferma ai 14 anni), violentissimo, sboccatissimo, zeppo di esplicite ma oltremodo assurde scene di sesso, infarcito di doppi sensi talmente numerosi da essere difficili da seguire. Il supermercato in cui si muovono (letteralmente) salsicce, panini, sottaceti e compagnia bella è una specie di teocrazia distopica, un’allegoria del mondo umano che si evolve come vero e proprio trattato di (a)teologia: per creare una società più tranquilla e pacifica in un mondo in cui i prodotti alimentari sono terrorizzati dagli umani che arrivano puntualmente per mangiarli, un gruppo di pseudo-Illuminati ha inventato la religione del Grande Oltre, per cui gli umani sono dèi benevoli che aprono le porte dell’eternità (ogni reparto ha poi modificato il culto originale, per cui al grido de “Gli Dei sono con noi!” i crauti hanno costruito campi di prigionia per concentrati e le piadine lavash attendono un aldilà in cui li aspettano settantadue bottiglie di olio extravergine); una sola salsiccia che conosce la verità (Frank, nome volgare del membro maschile, la cui voce è dello stesso Rogen in originale e di Simone Mori in italiano) tenta di risvegliare i suoi compagni in uno sforzo nietzschano, quasi prometeico, di liberazione dal dominio dei falsi dèi. L’assunto è già abbastanza folle così, ma Rogen ed i registi Conrad Vernon e Greg Tiernan non si risparmiano, e creano un microverso sfaccettato, in cui ogni reparto è un paese diverso e le dinamiche umane si riflettono in maniera esagerata ma indubbiamente divertente nel mondo alimentare. Tra malvagie lavande vaginali, citazioni cinefile che spaziano da Terminator 2 – Il giorno del giudizio L’alba dei morti viventi, amichevoli sfottò ai rivali (appare lo storico furgoncino targato A113 della Pixar, ma sulla fiancata ha scritto “Dixar”), parodie alimentari di persone reali (Stephen Hawking, Meat Loaf, Adolf Hitler…) e brutali abbattimenti della quarta parete, Sausage Party gioca con temi normalmente lontani dai cartoon, tra abuso di droghe, festini orgiastici, liberazione sessuale (incredibile la taco lesbica di Salma Hayek/Ilaria Latini) e perfino politica internazionale (decisamente poco ortodossa la rappresentazione, e ancor più la soluzione, del conflitto arabo-israeliano portato in scena dal lavash di David Krumholtz/Roberto Gammino e dal bagel simil-Woody Allen di Edward Norton/Luca Dal Fabbro), in un crescendo di provocazioni e sberleffi. Con alcuni momenti semplicemente esilaranti, altri di puro e semplice cattivo gusto, Sausage Party è un ottovolante di trovate geniali e punte al ribasso, un brillante giocattolone per adulti poco cresciuti e con uno spiccato gusto per la volgarità che sfotte allegramente tutte le “cose da grandi” per immaginare un’utopia di anarchia, di sesso libero e di festini alcolici, un delirio totale che, se non mancherà di offendere una buona fetta di pubblico benpensante, di sicuro ha i suoi momenti.

TITOLO ORIGINALE: Sausage Party

AL CINEMA: Doctor Strange

Posted in cinecomics with tags , , , , , , on ottobre 28, 2016 by Mino

doctor-strangeDOCTOR STRANGE di Scott Derrickson. Con Benedict Cumberbatch, Rachel McAdams, Mads Mikkelsen, Chiwetel Ejiofor. USA, 2016. Fantastico.

Reboot di Dr. Strange di Philip DeGuerre, Doctor Strange è tratto dall’omonima serie a fumetti della Marvel Comics. Il dottor Stephen Strange è un neurochirurgo di fama mondiale, ma anche un uomo arrogante ed egocentrico che mette il proprio successo davanti al benessere dei pazienti. Quando un incidente d’auto gli toglie l’uso delle mani, Strange tenta qualsiasi terapia, fino ad arrivare in Nepal, alla ricerca di un leggendario guaritore. Quello che troverà, però, è qualcosa di completamente diverso, ed il “guaritore”, l’Antico, gli aprirà un mondo nuovo di magia, arti mistiche e mondi paralleli di cui Strange non sospettava l’esistenza. Il dottore dovrà mettere da parte il proprio ego in tempo per salvare la Terra da una terribile minaccia.

Nel pieno della Fase 3 del proprio universo cinematografico, i Marvel Studios introducono un altro giocatore alla partita, espandendo peraltro gli orizzonti narrativi inserendo finalmente anche la magia al proprio repertorio. Con Doctor Strange, la Marvel mette a segno un altro tentativo di rinnovare la propria formula pur mantenendo uno stile unitario e riconoscibile, ed il compito spetta stavolta allo specialista horror Scott Derrickson, che dopo Sinister ed esorcismi vari si dedica allo Stregone Supremo con un approccio che mantiene il suo usuale gusto per il sovrannaturale, andando a tutto vantaggio delle atmosfere. Dopo aver scartato nomi come Viggo Mortensen e Joaquin Phoenix, è il britannico Benedict Cumberbatch che si aggiudica il ruolo di Stephen Strange, e porta al personaggio un fascino ed una complessità notevoli: nelle sue mani, Strange passa dall’arrogante, borioso ed insensibile star della chirurgia ad un uomo spezzato, disperato e privo di scopo, per poi farlo rinascere in un riluttante protettore che ha ritrovato una ragione di vivere ed una nuova forza; a fare da controparte a Cumberbatch, da una parte, Rachel McAdams, l’opposto dello Strange pre-magia, empatica, altruista, umile e appassionata, dall’altra invece Mads Mikkelsen, un villain che se di sicuro (come purtroppo da norma Marvel) non risulta mai troppo approfondito né intrigante, rappresenta però un interessante specchio distorto delle possibilità e dei rischi cui il protagonista va incontro, attraversando sentieri oscuri che inevitabilmente affascinano anche Strange (interessante, a questo proposito, la scelta di fare interpretare a Cumberbatch non solo il protagonista, ma anche il malvagio Dormammu). Completano il quadro una serie di personaggi più o meno secondari, con il vecchio e saggio mentore L’Antico che cambia sesso ed etnia e viene interpretato dall’androgina Tilda Swinton, ironica e solenne, mentre il rivale di sempre Baron Mordo cambia “solo” etnia e viene portato sullo schermo da Chiwetel Ejiofor, che aggiunge spessore e complessità al bidimensionale villain da fumetto e lo porta a posizioni squisitamente ambigue, sempre al limite tra ragione e torto, in una evoluzione che è a tutti gli effetti un’origin story anche per lui. Gli effetti visivi sono semplicemente strabilianti, e tra città che si ripiegano su se stesse come in Inception di Christopher Nolan e duelli con armi di pura energia che rimandano a Star Wars, Derrickson trova il modo di riproporre i colori psichedelici ed i trip allucinanti che caratterizzavano la serie a fumetti alla sua nascita negli anni Sessanta, conquistando con un gusto estetico squisitamente rétro e con effetti speciali allo stato dell’arte. Pur con aggiunte in puro stile disneyano (la Cappa della Levitazione è diventata in pratica un clone del Tappeto Volante di Aladdin), l’umorismo e la leggerezza che caratterizzano lo stile Marvel non arriva mai a ledere l’epica della narrazione né l’intensità dei momenti più emotivi, e Derrickson bilancia bene le varie anime del film confezionando una pellicola godibilissima, appassionante, affascinante, che riporta un po’ di senso del magnifico e del mistero in un universo in continua espansione che evita brillantemente il rischio di adagiarsi su se stesso, e che lancia un nuovo memorabile personaggio dell’empireo già nutritissimo dei supereroi della Casa delle Idee. Seppure al quattordicesimo film, il Marvel Cinematic Universe non dà cenni di cedimento, e realizza uno dei migliori film di sempre nella propria scuderia: per fan e non, imperdibile.

TITOLO ORIGINALE: Doctor Strange