AL CINEMA: L’Era Glaciale – In rotta di collisione

Posted in cartone with tags , , , , , , on agosto 29, 2016 by Mino

L'Era Glaciale - In rotta di collisioneL’ERA GLACIALE – IN ROTTA DI COLLISIONE di Mike Thurmeier. Con (voci) Ray Romano, John Leguizamo, Keke Palmer, Simon Pegg. USA, 2016. Animazione.

Sequel de L’Era Glaciale 4 – Continenti alla deriva di Thurmeier e Steve Martino, L’Era Glaciale – In rotta di collisione ha vinto l’Ischia Dubbing Award. La giovane mammut Pesca è in procinto di sposarsi con Julian, ma il padre di lei, Manny, non è esattamente felice del futuro genero; intanto, il bradipo Sid continua a fallire ogni tentativo di trovarsi una compagna. Nel mezzo dei normali problemi familiari, una tempesta di meteoriti si abbatte sulla valle, ed il ritorno del furetto Buck svela a Manny, Sid e Diego una sconvolgente verità: un’enorme meteora sta per abbattersi sul pianeta, provocando l’estinzione di ogni creatura vivente. Il trio, accompagnato dalla famiglia di Manny, dal folle Buck e perfino dalla nonna di Sid, si imbarca in una nuova avventura, stavolta nientedimeno che per salvare il mondo.

A quattro anni di distanza dall’ultimo capitolo tornano i simpatici animali preistorici creati da Chris Wedge, in un quinto film di cui non si sentiva decisamente l’esigenza dopo il deludente La deriva dei continenti. Mike Thurmeier, co-regista del precedente film, assume stavolta la direzione, aiutato da Galen T. Chu; torna il cast vocale al completo, e si riaggiunge alla strampalata banda interrazziale il furetto Buck di Simon Pegg (Massimo Giuliani nella versione italiana), di cui si era sentita la mancanza del film precedente. L’Era Glaciale – In rotta di collisione comincia con le solite, esilaranti disavventure dello sfigatissimo scoiattolo Scrat, ormai il simbolo dell’intera saga; per permettergli di fare qualcosa di nuovo, Thurmeier lo porta nello spazio profondo a bordo in un disco volante, reinventando l’origine della galassia in una scalcinata partita di biliardo a gravità zero e mettendo in scena una serie di catastrofi cosmiche che faranno la gioia dei più piccoli e non solo. Va peggio la situazione sul pianeta Terra, dove l’evoluzione narrativa della famiglia dei mammut somiglia sempre di più ad una soap opera, e tra matrimoni imminenti ed anniversari dimenticati stanca dopo appena dieci minuti, tanto che ci si ritrova ad accogliere l’arrivo del meteorite con un sospiro di sollievo. La struttura è quella usuale dell’on the road preistorico, che stavolta coinvolge anche la tigre siberiana Shira (Jennifer Lopez/Honghu-hu Ada Perotti, sfruttata pochissimo), l’esilarante Nonnina (Wanda Sykes/Cristina Noci, scorrettissima, probabilmente il personaggio migliore) e la new entry mammut Julian (Adam DeVine/Niccolò Guidi, uno stereotipo ambulante dai risvolti prevedibili allo stremo); come antagonisti, tre dromeosauri in versione famiglia redneck rigorosamente disfunzionale, anche qui con un’evoluzione narrativa tristemente prevedibile. Se la trama è un riciclaggio nemmeno troppo mascherato di decine di film precedenti, l’animazione CGI ha fatto passi da gigante, ed i paesaggi spaziali, valorizzati da un ottimo 3D, sono semplicemente fenomenali. Funzionano anche le singole gag, che velocizzano notevolmente un ritmo che nel quarto capitolo latitava; curiosamente, però, il target privilegiato è ormai non tanto quello dei bambini, cui normalmente un film del genere sarebbe diretto, quanto piuttosto quello dei genitori che li accompagnano: tra le feroci battute di Nonnina, sorprendentemente inadatte ad un pubblico infantile, ed alcune perle di citazionismo che possono essere colte solo da un pubblico adulto, spaziando tra Il pianeta delle scimmieStar Trek2001: Odissea nello spazio e molti altri, gli spettatori più piccoli si ritrovano esclusi da gran parte dello humor della pellicola, limitandosi ad apprezzare esclusivamente la pur nutrita serie di gag slapstick. Il (parziale) cambio di rotta rende il film decisamente più godibile del predecessore, ma L’Era Glaciale accusa ormai segni di forte stanchezza, e nonostante non manchi il minimo sindacale di divertimento ed alcune trovate risultino semplicemente fenomenali, forse sarebbe bene per Wedge e compagni pensare di lasciare finalmente riposare il povero Scrat con la sua tanto sudata ghianda, piuttosto che scomodarlo per l’ennesima volta con un sesto, inevitabile (?) episodio.

TITOLO ORIGINALE: Ice Age: Collision Course

AL CINEMA: The Witch

Posted in horror with tags , on agosto 20, 2016 by Mino

The WitchTHE WITCH di Robert Eggers. Con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw. Canada, 2015. Horror.

Film d’esordio di Robert Eggers, The Witch ha vinto sette premi internazionali, ed ha ricevuto una nomination ai DGC Craft Award ed al Grand Jury Prize al Sundance Film Festival. New England, XVII secolo: il pio William viene esiliato assieme alla moglie Katherine ed ai figli dal proprio villaggio, e si stabilisce in un luogo isolato, tentando di far fruttare una fattoria che non rende in terreno né in bestie. La figlia maggiore, Thomasin, aiuta i genitori come può e si prende cura dei fratelli, il serio Caleb, i pestiferi gemelli Mercy e Jonas, ed il neonato Samuel. Quando proprio il piccolo Sam sparisce, preda forse di un lupo, è l’inizio di una serie di terribili sventure per la famiglia: una strega, infatti, ha preso di mira i poveri devoti, e non si fermerà al sangue di un infante…

Lo statunitense Robert Eggers aveva dimostrato una propensione per l’orrore, e in particolare per quello di matrice fiabesca, già dal suo primo lavoro, un cortometraggio sulla favola di Hansel e Gretel (cui era seguito l’anno successivo un altro corto, stavolta sul racconto di Edgar Allan Poe Il cuore rivelatore). Per il proprio esordio nel lungometraggio, il regista ex-costumista torna al tema delle streghe, che da sempre lo affascina, e pesca a piene mani dalla documentazione dei tribunali puritani del XVII e XVIII secolo, ricostruendo le tesi più comuni alla base dei processi di stregoneria e tessendoci intorno una storia che le riassuma, mettendo in scena da ultimo un racconto sulle streghe il più “realistico” e verosimile possibile. Il risultato è The Witch (stilizzato The VVitch), un piccolo film di genere, con alle spalle una produzione canadese con pochi soldi ma molte idee, ed al timone un giovane talento che punta più sulle atmosfere e sui (crudeli) giochi psicologici che non su quasi inesistenti effetti speciali. Eggers ci trasporta subito nell’orrore, ma non in quello dei boschi infestati del New England, ma in quello più inquietante, quotidiano e destabilizzante di un microcosmo familiare oppresso da un fanatismo cupo e senza speranza; la famiglia di padri pellegrini guidata dal patriarca Ralph Ineson, ma emotivamente controllata/ricattata dall’isterica madre Kate Dickie, vive in una costante paura di un Dio che dice amare, ma di cui crede ciecamente solo all’ira immotivata e sadica nei confronti delle creature, in un’ideologia distorta che vede neonati finire all’Inferno per un crudele gioco di predestinazione, in cui la famiglia è luogo di repressioni, mortificazioni e sottomissione, in cui la vita diventa punizione ed il mondo un inferno terreno oscuro e pieno di minacce e tentazioni. Al confronto del cristianesimo spiccatamente calvinista abbracciato dai protagonisti, perfino l’universo di perfidia (che almeno è gaudente) e crudeltà (che quanto meno allontana la paura) offerto dalla stregoneria è un’alternativa allettante, un mondo di piaceri proibiti e di libertà illimitate che spazza via l’ombra gettata dalla (micro)società patriarcale, bigotta e vittimista di provenienza. La parabola discendente (?) della protagonista Thomasin di Anya Taylor-Joy la vede piano piano assumere il ruolo e la natura che comunque le erano già stati cuciti addosso dalla società, qui condensata in un microcosmo familiare se possibile più soffocante e crudele della foresta selvaggia che circonda la piccola fattoria; il finale, politicamente scorretto e spaventosamente liberatorio, rappresenta il colpo di grazia ad un modello fallimentare che nella sua ossessione per la lotta al Male non fa che nutrirlo, rafforzarlo, promuoverlo. Anche la strega, interpretata dalla novantunenne Bathsheba Garnett nella sua versione vecchia e da Sarah Stephens in quella giovane, non è altro che un catalizzatore, un motore di avvio che poi lascia la famigliola bersaglio autodistruggersi nella paranoia, nelle gelosie, nelle piccole crudeltà di ogni giorno, minuscoli mattoni che portano passo passo alla follia più nera e violenta. Più che un horror vero e proprio, The Witch è un thriller psicologico con elementi sovrannaturali, in cui è il logoramento delle relazioni a gestire il ritmo della vicenda, ed in cui le sporadiche apparizioni di un male più “concreto” non sono che trascurabile corollario ad un altro più endemico e decisamente più terrificante. Una notevole opera prima, un horror sottocutaneo dall’impianto teatrale che inquieta e rimane attaccato addosso.

TITOLO ORIGINALE: The Witch

AL CINEMA: Suicide Squad

Posted in ben affleck, cinecomics, will smith with tags , , , , on agosto 15, 2016 by Mino

Suicide SquadSUICIDE SQUAD di David Ayer. Con Will Smith, Margot Robbie, Viola Davis, Cara Delevigne. USA, 2016. Fantastico.

Tratto dall’omonima serie a fumetti della DC Comics, Suicide Squad ha vinto un Teen Choice Award, ed ha ricevuto altre quattro candidature sempre ai Teen Choice. Dopo la morte di Superman, l’agente governativo Amanda Waller decide di formare una squadra speciale con alcuni dei peggiori criminali del mondo, che lavoreranno in cambio di una riduzione della pena: il sicario Deadshot, la folle Harley Quinn, il ladro Capitan Boomerang, il pirocineta Diablo, il cannibale Killer Croc e l’escapologo Slipknot, guidati dal colonnello Rick Flag e dalla sua guardia del corpo Katana, sono i primi candidati per formare la Task Force X. Il team viene subito messo all’opera quando una creatura della Waller, la potentissima strega Incantatrice, sfugge al suo controllo e minaccia di distruggere l’intera razza umana: i danni causati dalla Squadra Suicida saranno però minori di quelli provocati dall’Incantatrice?

Il tentativo della DC di emulare il Marvel Cinematic Universe continua, e dopo L’Uomo d’Acciaio Batman v Superman – Dawn of Justice il DC Extended Universe si arricchisce di un terzo capitolo, stavolta senza il famigerato Zack Snyder alla regia. Con il David Ayer di Fury al timone, la DC punta sul team di criminali e outsider della Squadra Suicida, e raduna alcuni dei villain più noti (Deadshot, Harley Quinn, Capitan Boomerang) e meno noti (El Diablo, Slipknot) in quello che, a conti fatti, risulta essere l’equivalente DC del marveliano Guardiani della Galassia, sebbene in salsa più dark come da marchio di fabbrica. Ayer, fortunatamente, non è Snyder, e aggiunge una buona dose di umorismo e ironia al suo Suicide Squad, che finalmente compensa la cupa monoespressività di Batman e Superman con i provocanti sorrisi della folle Harley Quinn (una fenomenale Margot Robbie) ed i ghigni sardonici di Deadshot (un divertito Will Smith). Mancano anche le punte reazionarie e cripto-fasciste dei due predecessori, per quanto un “Si vis pacem para bellum” apparso di sfuggita su una maglietta e le citazioni evangeliche sui vestiti e le armi del killer Deadshot sembrino rispostare l’ambito tematico in quella direzione; di sicuro, paradossalmente, i cattivi messi in scena da Ayer risultano molto più eroici e “buoni” degli eroi dei film precedenti (l’unica davvero cattiva nel film è la governativa Amanda Waller di Viola Davis, un concentrato di cinico pragmatismo e fredda crudeltà che fa impallidire lo scialbo Joker di Jared Leto, impegnato in una bizzarra e malriuscita imitazione di Jim Carrey e David Bowie). L’azione non manca di certo in un film che si basa principalmente su coreografie adrenaliniche ed effetti speciali mirabolanti, con la trama liquidata in una non troppo lunga introduzione per poi passare immediatamente all’azione, sacrificando anche quel poco di storia che avrebbe potuto esserci in favore di un’interminabile ma tutto sommato divertente battaglia senza quartiere contro bizzarri demoni multi-occhiuti. Considerate le aspettative, Suicide Squad è e rimane fin troppo politicamente corretto, e tutta la cattiveria promessa passa subito in secondo piano rispetto all’usuale film supereroistico, senza troppe variazioni sul tema. Il problema principale del film rimane la scarsa originalità dell’assunto: con un’idea che rimanda direttamente a Quella sporca dozzina, uno scontro finale ricalcato su quello di Ghostbusters – Acchiappafantasmi ed una sottotrama identica a quella di 1997: Fuga da New York, gli antieroi della Squadra Suicida si muovono in situazioni riciclate e rimasticate, concedendo qualche cameo teso esclusivamente a pavimentare la via a Justice League (Batman, Flash e Aquaman appaiono qua e là a ricordare che si tratta pur sempre di un universo condiviso), ma divertendosi con una colonna sonora che tra Eminem, The Queen e Grace dà il giusto tocco di autoironia alla bizzarra e scalcinata avventura del team. Suicide Squad non è quel disastro annunciato da buona parte della critica statunitense, ma (forse grazie ai numerosi rimaneggiamenti da parte dell’ingombrante produzione) rimane comunque un filmetto senza infamia e senza lode che diverte quel tanto che basta a non farne rimpiangere la visione…e anche solo per questo, si pone tre spanne buone sopra i disastrosi e seriosi polpettoni di Snyder, dando finalmente un minimo di speranza anche ai fan DC.

TITOLO ORIGINALE: Suicide Squad

AL CINEMA: Star Trek Beyond

Posted in fantascienza, star trek with tags , , , , , , , , , on agosto 5, 2016 by Mino

Star Trek BeyondSTAR TREK BEYOND di Justin Lin. Con Chris Pine, Zachary Quinto, Sofia Boutella, Idris Elba. USA, 2016. Fantascienza.

Tredicesimo film ispirato alla serie tv Star Trek di Gene Roddenberry, Star Trek Beyond ha ricevuto due candidature ai Teen Choice Award. La nave stellare Enterprise è al terzo anno della sua quinquennale missione esplorativa, ma il capitano James T. Kirk comincia a sentire il peso della vita diplomatica, priva di mordente. L’occasione di una nuova avventura arriva quando alla stazione spaziale Yorktown giunge Kalara, una misteriosa aliena che chiede soccorso per il proprio equipaggio. L’Enterprise seguirà Kalara in una vicina ed inesplorata nebulosa, ma nei pressi del pianeta Altamid sarà attaccata e duramente sconfitta dal crudele Krall, signore della guerra dagli obiettivi sconosciuti. Senza una nave, senza un equipaggio e senza modo di tornare a casa, Kirk dovrà dare fondo a tutte le sue risorse per avere la meglio su Krall e sul suo esercito.

J. J. Abrams ha il merito di aver riavviato con intelligenza la saga filmica della più celebre creatura di Roddenberry, l’immortale e immarcescibile Star Trek, ma dopo essere passato “alla concorrenza” realizzando il settimo Star Wars, ha lasciato il timone del tredicesimo film (il terzo della nuova timeline dopo Il futuro ha inizio Into Darkness) prima all’amico e collaboratore Roberto Orci, da ultimo presente solo alla produzione, poi al taiwanese Justin Lin, celebre regista di Fast and Furious. Con Simon Pegg e Doug Jung alla sceneggiatura, Star Trek Beyond può vedere la luce, con il cast dei due film precedenti di ritorno al gran completo (Chris Pine, Zachary Quinto, Karl Urban, Zoë Saldaña, John Cho, Anton Yelchin e il già citato Simon Pegg), più un gustoso cameo fotografico delle controparti “classiche” (William Shatner, Leonard Nimoy, DeForest Kelley, Nichelle Nichols, George Takei, Walter Koenig e James Doohan) che assicura quel tanto che basta  di continuità con l’universo narrativo originale e che, assieme a riferimenti più o meno marginali alla continuity delle serie televisive tra la guerra agli Xindi e i MACO, farà la gioia dei fan che collezionano Easter egg. Justin Lin, però, non si limita ad una semplice operazione nostalgia che connetta in qualche modo la nuova linea narrativa alla classica, ma neanche, come molti temevano, confeziona un action in salsa fantascientifica che traspone ritmi e stili di F&F nell’universo di Star Trek, anzi: l’operazione di Lin, e di Pegg e Jung con lui, è intrigante e intelligente, e riadatta lo spirito pacifista e positivista della serie classica al contesto sociopolitico contemporaneo, pur mantenendo altissimi i livelli di azione e di spettacolo. Come in Into Darkness, la Federazione Unita dei Pianeti si trova nuovamente costretta ad affrontare una minaccia terroristica senza precedenti (stavolta una bio-arma), riflettendo senza nemmeno mascherarla troppo una condizione più che mai attuale: una richiesta d’aiuto che si rivela essere una trappola, un mondo alieno i cui nativi hanno facile gioco degli stranieri presenti, un esercito di minuscole navi-kamikaze guidate da una mente alveare contro cui la massima potenza militare disponibile non può nulla. Lin però non ripete la riflessione di Abrams sul rapporto etico assalitore-assalito, e gioca una carta in più, sorprendendo il pubblico con un’inaspettata ammissione di responsabilità: il cattivo di turno, l’imponente Krall di Idris Elba, è una creatura della Federazione, un ufficiale formato dalla e nella guerra che non accetta la pace, che vede l’inclusione ed il multiculturalismo come una debolezza, che rimpiange il conflitto come fonte di tempra e di forza, che cova rancore nello stringere la mano dei nemici di ieri. Kirk e compagni diventano la nuova generazione che difende unità e pace come valori che la generazione precedente, plasmata dalla guerra, non riconosce, ed il conflitto si fa puramente intestino: i dissidi tra Est e Ovest, tra bianchi e neri, tra cristiani e musulmani, tra Nord e Sud del mondo, e chi più ne ha più ne metta, ritornano come spettri trasfigurati in volti alieni nel film di Lin, forti di un afflato quasi mitologico in un topos che vede i padri divorare i figli pur di riportare il mondo a ciò che era, storditi e disorientati in una “globalizzazione” vista con sfiducia, sospetto e incomprensione. Il tutto viene raccontato con uno stile estremamente adrenalinico, e Lin sfrutta l’esperienza maturata coi cinque F&F diretti per velocizzare i ritmi narrativi ed imbastire impressionanti sequenze d’azione che fanno ottimo uso di un CGI allo stato dell’arte e di un 3D stereoscopico che dà profondità e realismo all’ultima frontiera dello spazio di Roddenberry. Una romantica sete di avventura, il gusto dell’ignoto e dell’infinito, il valore dell’amicizia, un incrollabile pacifismo ed un invincibile ottimismo sono gli ingredienti finali, e Star Trek Beyond riesce nella non facile impresa di non sfigurare nel confronto con l’ottimo immediato predecessore, regalando le emozioni della serie classica senza perdere di vista il contesto storico dell’anno di uscita. Inaspettatamente, un ottimo capitolo della saga di Star Trek, capace di andare ben oltre le aspettative, di emozionare e di avvincere, e perfino di giocare con la concorrenza tra rimandi a Star Wars ed altri ad Avatar. Da non perdere, per fan e non.

TITOLO ORIGINALE: Star Trek Beyond

RICHIESTA: Dio esiste e vive a Bruxelles

Posted in commedia with tags on luglio 22, 2016 by Mino

Dio esiste e vive a BruxellesDIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES di Jaco Van Dormael. Con Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Marco Lorenzini, Catherine Deneuve. Belgio, Francia, Lussemburgo, 2015. Commedia.

Quarto film di Van Dormael, Dio esiste e vive a Bruxelles ha vinto undici premi internazionali, ed ha ricevuto altre dodici nomination, una delle quali ai Golden Globe. Dio esiste, ma non è esattamente come gli esseri umani immaginano: è un balordo di mezza età meschino, violento e sadico, che dal proprio computer distribuisce a caso disastri, catastrofi e piccole sfighe al mondo per il puro piacere di vedere gli uomini soffrire. Questo, almeno, finché sua figlia Ea non decide che ne ha abbastanza, e fugge dallo squallido appartamento di Dio…non prima di aver comunicato ad ogni singolo essere umano la data della propria morte, così che ognuno possa valorizzare quanto gli resta da vivere. Mentre Ea gira Bruxelles per scrivere il suo Nuovo Nuovo Testamento, Dio parte alla ricerca della figlia ribelle…

Dopo aver “reinventato” la creazione del mondo attraverso le parole del ragazzo down Georges in L’ottavo giorno, il belga Jaco Van Dormael decide di affrontare di petto la questione “teologica”, e dedica la sua nuova commedia al difficile rapporto tra Dio e l’umanità, ed a quello ancor più difficile tra i membri della famiglia divina. Sì, perché nell’immaginario di Van Dormael Dio (un francamente detestabile e quindi funzionale Benoît Poelvoorde) non solo ha come figlio Gesù Cristo (David Murgia), un ribelle che ha sfidato l’autorità paterna ed ha improvvisato “a braccio” un Nuovo Testamento che ha avuto fin troppo successo, ma ha anche una moglie (Yolande Moreau), una svampita e servile Madre Terra, ed una figlia, Ea (Pili Groyne), che in quanto a ribellione e lesa maestà sembra avere tutta l’intenzione di seguire le orme del fratello maggiore. Da questa premessa si muove Dio esiste e vive a Bruxelles, una commedia fantastica che si compone di tanti frammenti (ovviamente chiamati come altrettanti libri della Bibbia, Genesi, EsodoCantico dei cantici) per parlare della (delle) umanità attraverso gli occhi di Dio…o meglio, di Sua figlia. Van Dormael conosce il mestiere, e con uno stile ormai riconoscibilissimo dal punto di vista estetico riesce a regalare alcune sequenze decisamente belle: il primo incontro tra Ea ed il suo “evangelista” Victor (Marco Lorenzini, probabilmente il migliore sullo schermo), l’abbraccio tra l’Assassino (François Damien) ed il proprio riflesso allo specchio, la reazione della signora col figlio down alla rivelazione della propria data di morte, sono tutti momenti di profonda tenerezza e poesia, che si sommano ad altri altrettanto emozionanti. Il ritmo tiene bene le necessità di una commedia, ed alcune scene in particolare (su tutte il confronto/scontro tra Dio e il prete di Johan Heldenbergh) sono indubbiamente divertenti. Se i singoli momenti, presi come episodi a sé stanti, possono anche funzionare, la visione d’insieme è però desolante: manca un vero e proprio filo conduttore, manca un senso che sia uno, accenni di pseudo-neopaganesimo e filosofie New Age en passant tentano di riempire i buchi di una sceneggiatura arrovellata su se stessa, e perfino l’inevitabile dose di politicamente scorretto risulta più furba e ammiccante che non provocatoria. Le avventure di Ea nel mondo non hanno un significato che vada al di là della sola immagine, e le storie dei suoi improbabili apostoli sono tanti cortometraggi cuciti assieme alla bell’e meglio toccando imbarazzanti punti bassi (la storia d’amore tra la frustrata e romantica Martine di un’invecchiatissima Catherine Deneuve ed un brutto e fintissimo gorilla è del tutto inutile, e fa rimpiangere amaramente De André), lanciando strali a tutti e a nessuno, costruendo su una premessa che da ultimo è di puro egocentrismo ed autoreferenzialità un film che non ha niente da dire. Peccato, perché le tempistiche sono perfette, ed alcune idee non sono niente meno che belle; Dio esiste e vive a Bruxelles, però, è e rimane un esercizio di stile fine a se stesso, incapace di andare oltre qualche innocua punzecchiatura e fin troppi snervanti luoghi comuni.

TITOLO ORIGINALE: Le tout nouveau testament

AL CINEMA: Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra

Posted in cinecomics, fantascienza with tags , on luglio 11, 2016 by Mino

Tartarughe Ninja - Fuori dall'ombraTARTARUGHE NINJA – FUORI DALL’OMBRA di Dave Green. Con Megan Fox, Stephen Amell, Brian Tee, Tyler Perry. USA, 2016. Fantastico.

Sequel di Tartarughe Ninja di Jonathan Liebesman, Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra è tratto dalla serie a fumetti di Kevin Eastman e Peter Lair. È passato un anno da quando le quattro tartarughe mutanti dai nomi rinascimentali hanno salvato New York dal Clan del Piede, ma la città continua a ignorare la loro esistenza. Con Michelangelo che preme per uscire finalmente allo scoperto e Leonardo sempre più sordo alle necessità dei suoi fratelli, non sarà facile per le tartarughe affrontare nuovamente Shredder, evaso di prigione ed alleatosi al signore della guerra alieno Krang per conquistare il mondo. Anche con l’aiuto dell’amica giornalista April O’Neil e del vigilante Casey Jones, i nostri eroi potrebbero trovarsi in grande difficoltà ora che anche il Clan del Piede dispone dei suoi mostri mutanti…

Prosegue l’operazione di reboot delle classiche Tartarughe Ninja di Eastman e Lair da parte di Michael Bay, signore incontrastato dei blockbuster fracassoni e possibilmente esplosivi di Hollywood. Con la regia affidata stavolta al semi-esordiente Dave Green di Earth to Echo (inedito in Italia), Bay si assicura il controllo creativo sul secondo capitolo della saga, e segue come unico criterio di continuità narrativa la regola del “più”: più personaggi, più effetti speciali, più inseguimenti, più gadget, ed ovviamente più merchandising. Tornano la solita Megan Fox nei succinti panni di April O’Neil, Tony Shalhoub come voce del maestro Splinter, e le quattro tartarughe Pete “Leonardo” Ploszek, Noel “Michelangelo” Fisher, Jeremy “Donatello” Howard e Alan “Raffaello” Ritchson, mentre Brian Tee prende il posto di Tohoru Masamune nell’armatura di Shredder, Brittany Ishibashi sostituisce Minae Noji come Karai e Tyler Perry (qui impegnato in una pessima imitazione di Richard Pryor) rimpiazza un comunque poco utilizzato K. Todd Freeman come Baxter Stockman. Non mancano le new entry: la nuova saga riesce a rovinare anche uno dei personaggi più amati della serie a fumetti, Casey Jones, affidandolo alla star di Arrow Stephen Amell che ha né più né meno la stessa funzione di Megan Fox, un bambolotto inespressivo che serve solo come attrattiva estetica per una determinata fetta di pubblico. Si inseriscono anche Gary Anthony Williams e Stephen “Sheamus” Farrelly negli irsuti panni di Bebop e Rocksteady, due nuovi cattivi che con gag scatologiche e slapstick sembrano pensati apposta per un pubblico rigorosamente prepuberale; arriva da ultimo anche l’alieno Krang, doppiato in originale dal comico Brad Garrett e in italiano da Stefano De Sando, un deus ex machina finale pensato solo per giustificare scene da film catastrofico e senza un vero ruolo nel film. Fan più del cartone animato Tartarughe Ninja alla riscossa del 1987 che non della serie originale della Mirage, Bay accumula personaggi e veicoli con l’ansia di un collezionista di giocattoli, e dal Tartafurgone che spara coperchi di tombini al gigantesco Technodrome (una specie di clone della Morte Nera di Star Wars) non manca proprio niente dal vecchio catalogo della Mattel. Nonostante alcune “concessioni” al nuovo millennio, dalla colonna sonora al rendere i quattro eroi verdi un branco di palestrati logorroici con poco cervello, quello che Bay e Green fanno è realizzare il film dei sogni di chi aveva otto anni negli anni Novanta, il paradiso perduto di bambini che oggi sono troppo cresciuti per apprezzare certe trovate nostalgiche fin troppo infantili, ed un luna park che lascia grosso modo indifferenti quelli che sono anagraficamente bambini nel 2016 e che non hanno modo di capire tutti i riferimenti e gli omaggi ai “classici”. Alcune delle bizzarre coreografie e degli inseguimento sono effettivamente divertenti e lo spettacolo non manca di sicuro, ma con una storia scritta su un fazzoletto che riesce comunque a cadere in contraddizioni e nonsense imbarazzanti, Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra è essenzialmente un giocattolone fuori tempo massimo, un’operazione nostalgia cui però manca il pubblico di riferimento, e che non ha abbastanza materiale per potersi reggere solo su citazioni ed ammiccamenti. Per quanto si possa essere affezionati ad un franchise, venti e passa anni di ritardo sono davvero troppi per garantire la buona riuscita di un film del genere.

TITOLO ORIGINALE: Teenage Mutant Ninja Turtles: Out of the Shadows

AL CINEMA: It Follows

Posted in horror on luglio 8, 2016 by Mino

It FollowsIT FOLLOWS di David Robert Mitchell. Con Maika Monroe, Keir Gilchrist, Olivia Luccardi, Lili Sepe. USA, 2014. Horror.

Secondo film di David Robert Mitchell, It Follows ha vinto venti premi internazionali ed ha ricevuto altre ventinove candidature, una delle quali ai Saturn Award. Jay Height è una normalissima studentessa di college, ma la sua vita cambia quando decide di fare sesso con Hugh: da quel momento, la ragazza è perseguitata da un’entità che solo lei può vedere, e che cambia continuamente aspetto. L’essere procede a passo lento e costante verso di lei, e la ucciderà al momento in cui riuscirà a prenderla: se dovesse riuscirci, tornerebbe poi a dare la caccia a Hugh, che a sua volta aveva ereditato la maledizione da una ragazza con cui aveva fatto sesso. L’unico modo che ha Jay di liberarsi del mostro è passare la maledizione facendo a sua volta sesso con qualcun altro…ma forse esiste un altro modo, ed i suoi amici sono più che determinati ad aiutarla a trovarlo prima che la creatura riesca a raggiungerla.

Quello tra sessualità e genere horror è un legame esistente fin dalle origini del secondo, quando attraverso il racconto del terrore si esorcizzavano paure legate anche alla sfera sessuale/corporea e si sfruttava il mostro di turno per veicolare metafore neanche troppo velate, capaci però di arginare il peso della censura sociale. Se già i vampiri di Murnau, prima, e di Browning, poi, veicolavano una seduzione ben poco platonica, e il mostro succhiasangue rimandava chiaramente a un ben altro tipo di scambio di fluidi, con l’ondata New Horror il legame si fa più diretto e immediato, ed i nuovi mostri dello slasher, da Freddy Krueger a Michael Myers a Jason Voorhees, incarnano il moralismo di una generazione che va a castigare i costumi sessualmente libertini della successiva. È sul filone di questa tradizione che si inserisce It Follows, piccola perla di genere, ingiustamente assente dalle sale italiane per quasi due anni e finalmente distribuita dalla Koch Media. David Robert Mitchell, giovane regista del Michigan, porta in scena un mostro amorfo, indefinito, senza personalità né spessore (un “it”, come sottolinea il titolo), che proprio per la sua ottusa determinazione e la sua letale costanza risulta terrificante, un’energia senza volto né vera inimicizia che determina comunque la fine di chi diviene suo bersaglio. La creatura diventa così immagine stessa della mortalità, una morte cieca, magari lenta e distante ma comunque inevitabile, che insegue senza tregua anche i giovanissimi protagonisti; le ricorrenti citazioni da Dostoevskij e T. S. Eliot avvalorano questa chiave di lettura quasi esistenzialista, che riporta l’horror ad una dimensione primordiale di risposta alla paura della morte. Ma, ovviamente, il mostro in questione è indissolubilmente legato al sesso, e di conseguenza anche alla morale (personale e sociale), al senso di colpa, alla rivoluzione culturale degli anni Novanta e Duemila. La maledizione che colpisce la protagonista le viene passata come una malattia venerea, dopo un incontro di sesso occasionale, ed il contagiatore (consapevole) aveva a sua volta contratto il male dopo una “sveltina”; l’unico modo che la ragazza ha di liberarsi dalla morte che il sesso le ha portato è il sesso stesso, in una spirale potenzialmente infinita che riecheggia inevitabilmente il movimento di liberazione sessuale degli ultimi decenni. La “cosa che insegue” è l’AIDS e il senso di colpa, è lo stigma sociale e la condanna parentale, è il super-ego e l’auto-disprezzo, la punizione divina e il giudizio morale; i personaggi coinvolti, inizialmente uniti, diventano progressivamente incuranti della salute di chi è loro intorno, ed il contagio stesso diventa un’arma da usare contro sconosciuti, in un infernale gioco all’acchiappino in cui tutti sono sacrificabili pur di salvarsi la pelle. La tensione sale, le apparizioni del mostro sono sempre raggelanti, lo scarso budget evita che la spettacolarità abbia la meglio sul contenuto, gli attori, seppur non proprio dei professionisti, se la cavano egregiamente ad interpretare quelli che di fatto sono ragazze e ragazzi di tutti i giorni, stereotipi resi vivi da una sceneggiatura umanissima, ma che comunque rientrano in categorie generalissime (c’è la ragazza popolare, il bello e maledetto, il buono immancabilmente friendzonato, il bulletto smargiasso, la sorella svampita e così via). Incalzante, inquietante, a suo modo perturbante, It Follows riporta l’horror ad una dimensione problematica e critica che mancava da tanto, e che ogni tanto riesce a riemergere lontano dalle grandi produzioni e dai grandi nomi. Per gli appassionati, imperdibile.

TITOLO ORIGINALE: It Follows

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