RICHIESTA: Il villaggio di cartone

Posted in ermanno olmi with tags , , , on settembre 25, 2016 by Mino

il-villaggio-di-cartoneIL VILLAGGIO DI CARTONE di Ermanno Olmi. Con Michael Lonsdale, Ibrahima Faye El Hadji, Rutger Hauer, Irma Pino Viney. Italia, 2011. Drammatico.

Sedicesimo film di Ermanno Olmi, Il villaggio di cartone ha vinto due Alberi della Vita al Festival del Cinema di Spello. In una cittadina sul confine italo-francese, la locale chiesa viene chiusa al culto, ma il vecchio sacerdote decide di passare gli ultimi anni che gli restano da vivere nella canonica. Quella stessa notte, un gruppo di clandestini appena arrivati dall’Etiopia viene guidato all’interno della chiesa abbandonata, e si accampa tra le panche vuote trovando asilo tra le mura dell’ormai ex luogo di culto. Il sacerdote si fa protettore dei profughi e allontana le forze dell’ordine, ma tra l’aperta ostilità del vecchio sagrestano e la tenacia della polizia, non resta molto tempo ai migranti per trovare il modo di lasciare in sicurezza la chiesa e proseguire il viaggio verso la Francia…

Lo stile di Ermanno Olmi non è mai stato esattamente semplice né univoco: da un lato i suoi film sono improntati ad un forte realismo stilistico, dall’altro le storie raccontate si muovono su binari di simbolismi ed allegorie che danno un’impressione di sognante surrealismo, per cui difficilmente è possibile una singola lettura. Non fa certo eccezione Il villaggio di cartone, una sorta di favola moderna (o meglio, di parabola) che tocca un tema di scottante attualità con toni a metà tra l’onirico e il sacrale. La struttura richiama da vicino quella de L’albero degli zoccoli, dove la vita di un gruppo di contadini bergamaschi diventava immagina evangelica: stavolta, i poveri che si fanno interpreti, destinatari e simboli viventi di un cristianesimo lontano da marmi e incensi ma vicino a carne e sangue sono migranti africani, rinchiusi in un limbo legislativo che li vuole criminali perché disperati, delinquenti perché fuggitivi (“A quel che so, il Padre Eterno è già a conoscenza dei comportamenti intimidatori che qui si praticano verso i più deboli”, risponde ironico il sacerdote protagonista al capo del servizio di sicurezza cittadino di Alessandro Haber). Michael Lonsdale è un protagonista straordinario, un vecchio prete che al termine della propria vita vede crollare il proprio piccolo mondo fattosi pietra e cemento nella chiesa in cui ha vissuto e celebrato da sempre, che mette in discussione tutte le proprie scelte di vita, ma che trova in risposta alle proprie preghiere un Cristo che non è quello delle cerimonie e delle prediche, ma uno vivo e tangibile nei poveri, nei derelitti, negli abbandonati; a fargli da contraltare un severo Rutger Hauer, sagrestano che dall’alto della propria presunta superiorità morale chiude le porte proprio a quel Dio che si illude di servire. Tra chi accoglie e chi rifiuta si muovono come fantasmi eterei i migranti stessi, ognuno con la sua storia e con le sue ferite: chi si guadagna da vivere prostituendosi e chi vendendo libri per strada, chi vuole sfogare la propria rabbia e il proprio dolore su una società che considera responsabile della propria sofferenza, chi invece si concede un po’ di gratitudine per quel po’ di rara bontà che riesce a trovare, chi si attacca al proprio passato con nostalgia, chi si apre ad una nuova vita e ad un futuro incerto, tutti vanno a ricreare ora la Natività, ora l’episodio della Maddalena, ora la Passione (episodi evangelici richiamati anche dai cartelloni usati come tende di fortuna). Spuntano anche due figure che non appartengono a nessuno dei due precedenti gruppi, ma che si muovono tra di loro suggerendo, influenzando, confrontandosi: da una parte Ibrahima Faye El Hadji, accreditato solo come “Il soccorritore”, una delle più belle rappresentazioni di Cristo viste al cinema negli ultimi anni, un “salvatore” mite ma risoluto, che con poche parole al momento giusto è capace di toccare le coscienze; dall’altra Souleymane Sow, “L’avverso”, un diavolo che è discreto ma tenace tentatore, impegnato a fomentare odio e intolleranza da entrambe le parti in causa, che anche quando apparentemente fornisce ciò che si desidera toglie invece tutto ciò che si ha (splendido l’episodio della compravendita del quaderno, che simboleggia quel poco di identità sopravvissuto al viaggio per mare). I due si affrontano in più scene, presentandosi con uno splendido dialogo che rimanda direttamente a Bulgakov e che chiarisce, anche se non esplicitamente, chi siano i misteriosi avversari, tra rimandi letterari e citazioni bibliche (splendido in questo senso il primo serrato confronto tra l’Avverso ed il Soccorritore: “Ti ho riconosciuto dalle tue parole.” “Ed io dai tuoi passi: sempre alle spalle.” “E tu stai sempre dalla parte dei perdenti.”). Di contro a una chiesa di pietra fredda, inerte e vuota, Olmi ne contrappone una viva, vibrante e sofferente, fatta di bisogno e disperazione da una parte, e di accoglienza e fraternità dall’altra, raccontando con personaggi simbolici e storie semplici ma profondamente metaforiche la realtà e la necessità di un rinnovamento e di una conversione, di mentalità e cuore prima di tutto. Straordinario, a tratti commovente, delicato eppure squisitamente scomodo, Il villaggio di cartone interroga, chiama in causa, porta a prendere posizioni forti, e lo fa attraverso gli occhi degli ultimi, dei cacciati, dei respinti. Il film giusto, nel giusto momento storico.

TITOLO ORIGINALE: Il villaggio di cartone

AL CINEMA: Alla ricerca di Dory

Posted in cartone, sigourney weaver, willem dafoe with tags , , , , , , on settembre 22, 2016 by Mino

alla-ricerca-di-doryALLA RICERCA DI DORY di Andrew Stanton. Con (voci) Ellen DeGeneres, Ed O’Neill, Albert Brooks, Hayden Rolence. USA, 2016. Animazione.

Sequel di Alla ricerca di Nemo di Stanton e Lee Unkrich, Alla ricerca di Dory ha vinto due Teen Choice Award. La smemorata Dory vive con Martin e Nemo alla Barriera Corallina, ma un giorno qualcosa riesce a smuovere alcuni ricordi a lungo rimossi: la pesciolina ora sa che, da qualche parte in California, i suoi genitori la stanno ancora aspettando. Desiderosa di ritrovare la propria famiglia, Dory convince i suoi amici ad accompagnarla dall’altra parte dell’oceano, ed una serie di rocambolesche avventure separeranno il trio e porteranno Dory al Marine Life Institute. Qui, la pesciolina si allea al polpo Hank per ritrovare i propri genitori, mentre Martin e Nemo tentano di “salvare” la loro amica dal parco marino.

Nel 2003, Alla ricerca di Nemo aveva contribuito come pochi altri film all’affermazione della cooperazione tra studi d’animazione Disney e Pixar, ottenendo un successo incredibile. Nel 2005, la Disney annunciò di stare lavorando ad un sequel, senza coinvolgere però i colleghi della Pixar, ma il progetto fu abbandonato nel giro di un anno. Fu proprio Andrew Stanton, regista del film, che annunciò il seguito – spin-off Alla ricerca di Dory nel 2012, peraltro rompendo la propria regola evidentemente non troppo ferrea “No sequel”. Dopo quattro anni di lavorazione (e di contrattazione con e tra i due studios), l’attesissimo sequel ha potuto finalmente vedere la luce, arrivando nelle sale con una nuova avventura oceanica che riunisce tutti i protagonisti dell’amato primo film (proprio tutti: aspettare la scena dopo i titoli di coda per credere). La scena stavolta è tutta per Dory, la smemorata pesciolina doppiata da Ellen DeGeneres (Carla Signoris nella versione italiana): in un’avventura in cui sono innestati frammentari flashback, Stanton esplora il passato della buffa ed esasperante protagonista, tra immancabili momenti di tenerezza garantiti dall’ennesimo cucciolo tutt’occhi e rocambolesche fughe che ormai sono quasi un topos dei film Disney-Pixar. In un mondo ormai conosciuto dal primo film, in cui viene a mancare lo stupore della “prima volta” (per quanto l’animazione abbia comunque fatto passi da gigante in quasi tre lustri), è alla storia ed ai personaggi che viene affidata la responsabilità di catturare l’attenzione del pubblico…e qui Alla ricerca di Dory fallisce in buona parte, più che altro a causa della protagonista. Il personaggi di Dory è nato come caratterista, e tale rimane: una spalla cui affidare gag ricorrenti, che resta però incapace di sostenere un film da protagonista, riducendo l’intera trama ad un ciclo ripetitivo e terribilmente noioso che vede l’eroina ricevere un compito, scordarsi le istruzioni, fare qualcosa di completamente diverso, e ricominciare da capo, in una successione da inferno dantesco che allunga a dismisura una trama altrimenti semplicissima. Si salvano i comprimari, dal beluga ipocondriaco Bailey (Ty Burrell, Ambrogio Colombo) allo squalo balena miope Destiny (Kaitlin Olson, Francesca Manicone), fino all’esilarante e malridotta anatra Becky; chi davvero conquista la scena però è il polpo Hank (Ed O’Neill, Ugo Maria Morosi), un burbero misantropo che sogna l’isolamento e si trova invece invischiato in un’improbabile odissea con il pesce più logorroico dell’oceano. Qualche altro caratterista particolarmente azzeccato non basta però a reggere l’intero spettacolo, ed i 97 minuti scarsi del film sembrano un’epopea interminabile, che arranca in modo inutilmente lento verso una conclusione scontata e priva peraltro di una vera e propria evoluzione dei personaggi, protagonista compresa. I risultati al botteghino sicuramente premiamo Stanton e gli studios per la decisione, ma a livello qualitativo dare un sequel ad Alla ricerca di Nemo rimane un’operazione del tutto ingiustificata.

TITOLO ORIGINALE: Finding Dory

AL CINEMA: Piper

Posted in cartone with tags , on settembre 21, 2016 by Mino

piperPIPER di Alan Barillaro. USA, 2016. Animazione.

Film d’esordio di Alan Barillaro, Piper è il trentacinquesimo cortometraggio ufficiale Pixar. Sulla spiaggia, uno stormo di piovanelli si sta dedicando alla pesca quotidiana, mangiando i molluschi scoperti dalle onde. Per una pulcina, Piper, è arrivato il momento di procurarsi il cibo da sola, sotto la guida amorevole della madre…ma al primo tentativo, la piccola non riesce a tornare in tempo all’asciutto e viene travolta da un’onda. Spaventata e infreddolita, la piovanella non vorrebbe più tentare, ma un cucciolo di paguro finisce col darle un’idea…

L’animatore veterano della Pixar Alan Barillaro (ha lavorato a Gli IncredibiliWALL-EMonsters & Co.Monsters UniversityRibelle – The BraveA Bug’s Life Alla ricerca di Nemo, oltre che a vari corti), a quanto pare, ha l’abitudine di fare jogging sulla spiaggia ogni mattina, sulla costa californiana vicino agli studi Pixar di Emeryville. Giorno dopo giorno Barillaro osservava, correndo, gli stormi di piovanelli (una specie di uccelli marini simili ai gabbiani) ripetere il loro strano rituale di caccia, che le vedeva correre sul bagnasciuga per predare i molluschi affiorati con la bassa marea, e correre di nuovo via al momento dell’arrivo delle onde. Bastò questo per stendere l’idea di Piper, il nuovo cortometraggio Disney-Pixar, tutto incentrato su una piccola piovanella che ha qualche problema con l’acqua e che non è quindi in grado di procacciarsi da sola il cibo. Il livello tecnico dell’animazione ha raggiunto livelli eccezionali, con la piccola protagonista che è il frutto di una straordinaria animazione composita (ognuna delle milioni di piume che la compongono è stata animata singolarmente) e la spiaggia e l’acqua che arrivano a punte di realismo incredibili. Una animazione così dettagliata permette una perfetta caratterizzazione della protagonista, che pure rimane “muta”: dolcissima, imbranata e creativa, la piccola Piper cattura subito il cuore del pubblico, e lo coinvolge in un’avventura di formazione che nello spazio di appena sei minuti regala emozioni e divertimento. Allontanandosi di malavoglia dalle comode cure materne, la pulcina impara a cavarsela, e lo fa confrontandosi con il diverso (nello specifico un piccolo paguro) e con il mondo intorno, visto come fonte di meraviglia e di insegnamenti. Con disarmante abilità, Barillaro costruisce una storia semplice semplice, che però colpisce nel segno, una piccola poesia con tutta l’innocenza e la limpidezza dell’infanzia della protagonista. Semplicemente delizioso.

TITOLO ORIGINALE: Piper

RICHIESTA: Lui è tornato

Posted in commedia with tags on settembre 17, 2016 by Mino

LUI È TORNATO di David Wnendt. Con Oliver Masucci, Fabian Busch, Katja Riemann, Christoph Maria Herbst. Germania, 2015. Commedia.

Tratto dall’omonimo libro di Timur Vermes, Lui è tornato ha vinto un CIVIS European Cinema Prize, ed ha ricevuto quattro candidature ai Deutscher Filmpreis. Adolf Hitler, in seguito a circostanze inspiegabili, viene catapultato dal 1945 alla Berlino del 2014. Confuso e disorientato, il dittatore non capisce molto del mondo moderno, ma un regista che ha appena perso il suo lavoro, Fabian Sawatzki, pensa di sfruttare quello che crede essere un ottimo sosia per recuperare credibilità presso la produzione. Sawatzki gira così un documentario, accompagnando Hitler in giro per una Germania multietnica e democratica, filmando la reazione della gente comune alla sua apparizione. La popolarità del rinato Führer, però, è tale da farlo diventare presto uno dei personaggi più seguiti del momento, aprendogli la strada per un ritorno in grande stile…

La situazione sociopolitica internazionale, da un decennio a questa parte, è oggettivamente sempre più preoccupante: una crisi economica di cui non si vede la fine, la crescente instabilità sociale che ne deriva, la sfiducia nella politica istituzionale, la rinascita di movimenti xenofobi e populisti che sfruttano la situazione per manipolare il malcontento e raccogliere consenso, tutto rimanda con scomode analogie all’Europa del Primo Dopoguerra, lo stesso che ha fornito fertile humus ai peggiori totalitarismi della storia umana. La connessione l’ha fatta anche, nel 2012, Timur Vermes, scrittore tedesco nato peraltro proprio a Norimberga: nel suo primo romanzo “ufficiale” (prima scriveva come ghost writer), Vermes immagina che Adolf Hitler ritorni inspiegabilmente nella Berlino contemporanea, e che si muova in un mondo che inizialmente fatica a interpretare, ma che poi conquista con gli stessi strumenti che lo avevano portato al potere nel 1933, aggiornati ovviamente all’epoca degli youtuber e dei social media. Il libro diventa un bestseller, ed il cinema tedesco (Lars Dittrich e Christopher Müller, nello specifico) non tarda a vedere l’opportunità di realizzarne una riduzione filmica. Nasce quindi Lui è tornato, commedia satirica affidata a David Wnendt: il regista cerca il miglior modo di trasporre non solo la surreale storia, ma anche la carica critica e problematica del libro di Vermes sul grande schermo. Il metodo trovato è quello usato, in maniera decisamente deludente, da Larry Charles e Sacha Baron Cohen nel loro Borat, un misto di girato effettivo e di candid che catturi reazioni autentiche di comparse inconsapevoli. Ecco allora che Oliver Masucci diventa un fenomenale sosia di Adolf Hitler (per quanto decisamente più alto dell’originale), lasciato libero di girare per le strade di numerose città tedesche per permettere alla camera di catturare lo stupore, l’indignazione, fin troppe volte la simpatia di cittadini e turisti. Wnendt, aiutato dallo stesso Vermes alla sceneggiatura, non ha paura di chiamare le cose col loro nome, e tra nostalgici del nazismo, le derive populiste dei Verdi (manca Alternative für Deutschland giusto per una questione anagrafica), la tv spazzatura ed una serie di candid spiazzanti quanto agghiaccianti, delinea un ritratto tragicomico e terrificante della Germania contemporanea, ritratto peraltro estendibile senza problemi all’intera Europa, ed anche oltre. Il razzismo, il desiderio di massificazione, la fascinazione per leader forti ed autoritari, gli estremismi cullati dalla dittatura del politicamente corretto, tendenze violente e xenofobe che dalla storia non hanno imparato niente, tutto viene portato a galla dal film-inchiesta di Wnendt, con una lucidità ed un’efficacia inaspettata in una commedia, ma pari a quella di film più dichiaratamente impegnati come L’onda di Dennis Gansel. Se ci sono dei limiti (e ci sono) sono tutti in zona fiction, con una storia che nella prima parte stenta a decollare ed a tenere insieme gli spezzoni di girato “clandestino”; non aiuta in questo senso neanche la scelta di riprendere tutto con camera a mano, stile che invece che dare unità e continuità all’intero film lascia uno spiacevole retrogusto amatoriale che non aumenta affatto l’efficacia della trama principale. Anche qui però la sceneggiatura viene in soccorso, e se lo sfigato regista Sawatzki di Fabian Busch lascia fin troppo spesso a desiderare come coprotagonista, Masucci si riserva alcuni monologhi straordinari, che danno senso e direzione ai frammenti precedenti e prefigurano un’involuzione spaventosa quanto probabile. Lui è tornato è indubbiamente divertente, ma non è né vuole essere piacevole, una lente d’ingrandimento su una società che avanza a testa bassa e rapidamente verso sentieri già percorsi in passato con esiti disastrosi, ma che ottusamente si rifugia in false sicurezze per fuggire alle nuove incertezze introdotte da crisi oggettive e da un multiculturalismo percepito come minaccia a confini e identità statuarie che non hanno più senso di esistere. Notevole.

TITOLO ORIGINALE: Er ist wieder da

 

AL CINEMA: L’Era Glaciale – In rotta di collisione

Posted in cartone with tags , , , , , , on agosto 29, 2016 by Mino

L'Era Glaciale - In rotta di collisioneL’ERA GLACIALE – IN ROTTA DI COLLISIONE di Mike Thurmeier. Con (voci) Ray Romano, John Leguizamo, Keke Palmer, Simon Pegg. USA, 2016. Animazione.

Sequel de L’Era Glaciale 4 – Continenti alla deriva di Thurmeier e Steve Martino, L’Era Glaciale – In rotta di collisione ha vinto l’Ischia Dubbing Award. La giovane mammut Pesca è in procinto di sposarsi con Julian, ma il padre di lei, Manny, non è esattamente felice del futuro genero; intanto, il bradipo Sid continua a fallire ogni tentativo di trovarsi una compagna. Nel mezzo dei normali problemi familiari, una tempesta di meteoriti si abbatte sulla valle, ed il ritorno del furetto Buck svela a Manny, Sid e Diego una sconvolgente verità: un’enorme meteora sta per abbattersi sul pianeta, provocando l’estinzione di ogni creatura vivente. Il trio, accompagnato dalla famiglia di Manny, dal folle Buck e perfino dalla nonna di Sid, si imbarca in una nuova avventura, stavolta nientedimeno che per salvare il mondo.

A quattro anni di distanza dall’ultimo capitolo tornano i simpatici animali preistorici creati da Chris Wedge, in un quinto film di cui non si sentiva decisamente l’esigenza dopo il deludente La deriva dei continenti. Mike Thurmeier, co-regista del precedente film, assume stavolta la direzione, aiutato da Galen T. Chu; torna il cast vocale al completo, e si riaggiunge alla strampalata banda interrazziale il furetto Buck di Simon Pegg (Massimo Giuliani nella versione italiana), di cui si era sentita la mancanza del film precedente. L’Era Glaciale – In rotta di collisione comincia con le solite, esilaranti disavventure dello sfigatissimo scoiattolo Scrat, ormai il simbolo dell’intera saga; per permettergli di fare qualcosa di nuovo, Thurmeier lo porta nello spazio profondo a bordo in un disco volante, reinventando l’origine della galassia in una scalcinata partita di biliardo a gravità zero e mettendo in scena una serie di catastrofi cosmiche che faranno la gioia dei più piccoli e non solo. Va peggio la situazione sul pianeta Terra, dove l’evoluzione narrativa della famiglia dei mammut somiglia sempre di più ad una soap opera, e tra matrimoni imminenti ed anniversari dimenticati stanca dopo appena dieci minuti, tanto che ci si ritrova ad accogliere l’arrivo del meteorite con un sospiro di sollievo. La struttura è quella usuale dell’on the road preistorico, che stavolta coinvolge anche la tigre siberiana Shira (Jennifer Lopez/Honghu-hu Ada Perotti, sfruttata pochissimo), l’esilarante Nonnina (Wanda Sykes/Cristina Noci, scorrettissima, probabilmente il personaggio migliore) e la new entry mammut Julian (Adam DeVine/Niccolò Guidi, uno stereotipo ambulante dai risvolti prevedibili allo stremo); come antagonisti, tre dromeosauri in versione famiglia redneck rigorosamente disfunzionale, anche qui con un’evoluzione narrativa tristemente prevedibile. Se la trama è un riciclaggio nemmeno troppo mascherato di decine di film precedenti, l’animazione CGI ha fatto passi da gigante, ed i paesaggi spaziali, valorizzati da un ottimo 3D, sono semplicemente fenomenali. Funzionano anche le singole gag, che velocizzano notevolmente un ritmo che nel quarto capitolo latitava; curiosamente, però, il target privilegiato è ormai non tanto quello dei bambini, cui normalmente un film del genere sarebbe diretto, quanto piuttosto quello dei genitori che li accompagnano: tra le feroci battute di Nonnina, sorprendentemente inadatte ad un pubblico infantile, ed alcune perle di citazionismo che possono essere colte solo da un pubblico adulto, spaziando tra Il pianeta delle scimmieStar Trek2001: Odissea nello spazio e molti altri, gli spettatori più piccoli si ritrovano esclusi da gran parte dello humor della pellicola, limitandosi ad apprezzare esclusivamente la pur nutrita serie di gag slapstick. Il (parziale) cambio di rotta rende il film decisamente più godibile del predecessore, ma L’Era Glaciale accusa ormai segni di forte stanchezza, e nonostante non manchi il minimo sindacale di divertimento ed alcune trovate risultino semplicemente fenomenali, forse sarebbe bene per Wedge e compagni pensare di lasciare finalmente riposare il povero Scrat con la sua tanto sudata ghianda, piuttosto che scomodarlo per l’ennesima volta con un sesto, inevitabile (?) episodio.

TITOLO ORIGINALE: Ice Age: Collision Course

AL CINEMA: The Witch

Posted in horror with tags , on agosto 20, 2016 by Mino

The WitchTHE WITCH di Robert Eggers. Con Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw. Canada, 2015. Horror.

Film d’esordio di Robert Eggers, The Witch ha vinto sette premi internazionali, ed ha ricevuto una nomination ai DGC Craft Award ed al Grand Jury Prize al Sundance Film Festival. New England, XVII secolo: il pio William viene esiliato assieme alla moglie Katherine ed ai figli dal proprio villaggio, e si stabilisce in un luogo isolato, tentando di far fruttare una fattoria che non rende in terreno né in bestie. La figlia maggiore, Thomasin, aiuta i genitori come può e si prende cura dei fratelli, il serio Caleb, i pestiferi gemelli Mercy e Jonas, ed il neonato Samuel. Quando proprio il piccolo Sam sparisce, preda forse di un lupo, è l’inizio di una serie di terribili sventure per la famiglia: una strega, infatti, ha preso di mira i poveri devoti, e non si fermerà al sangue di un infante…

Lo statunitense Robert Eggers aveva dimostrato una propensione per l’orrore, e in particolare per quello di matrice fiabesca, già dal suo primo lavoro, un cortometraggio sulla favola di Hansel e Gretel (cui era seguito l’anno successivo un altro corto, stavolta sul racconto di Edgar Allan Poe Il cuore rivelatore). Per il proprio esordio nel lungometraggio, il regista ex-costumista torna al tema delle streghe, che da sempre lo affascina, e pesca a piene mani dalla documentazione dei tribunali puritani del XVII e XVIII secolo, ricostruendo le tesi più comuni alla base dei processi di stregoneria e tessendoci intorno una storia che le riassuma, mettendo in scena da ultimo un racconto sulle streghe il più “realistico” e verosimile possibile. Il risultato è The Witch (stilizzato The VVitch), un piccolo film di genere, con alle spalle una produzione canadese con pochi soldi ma molte idee, ed al timone un giovane talento che punta più sulle atmosfere e sui (crudeli) giochi psicologici che non su quasi inesistenti effetti speciali. Eggers ci trasporta subito nell’orrore, ma non in quello dei boschi infestati del New England, ma in quello più inquietante, quotidiano e destabilizzante di un microcosmo familiare oppresso da un fanatismo cupo e senza speranza; la famiglia di padri pellegrini guidata dal patriarca Ralph Ineson, ma emotivamente controllata/ricattata dall’isterica madre Kate Dickie, vive in una costante paura di un Dio che dice amare, ma di cui crede ciecamente solo all’ira immotivata e sadica nei confronti delle creature, in un’ideologia distorta che vede neonati finire all’Inferno per un crudele gioco di predestinazione, in cui la famiglia è luogo di repressioni, mortificazioni e sottomissione, in cui la vita diventa punizione ed il mondo un inferno terreno oscuro e pieno di minacce e tentazioni. Al confronto del cristianesimo spiccatamente calvinista abbracciato dai protagonisti, perfino l’universo di perfidia (che almeno è gaudente) e crudeltà (che quanto meno allontana la paura) offerto dalla stregoneria è un’alternativa allettante, un mondo di piaceri proibiti e di libertà illimitate che spazza via l’ombra gettata dalla (micro)società patriarcale, bigotta e vittimista di provenienza. La parabola discendente (?) della protagonista Thomasin di Anya Taylor-Joy la vede piano piano assumere il ruolo e la natura che comunque le erano già stati cuciti addosso dalla società, qui condensata in un microcosmo familiare se possibile più soffocante e crudele della foresta selvaggia che circonda la piccola fattoria; il finale, politicamente scorretto e spaventosamente liberatorio, rappresenta il colpo di grazia ad un modello fallimentare che nella sua ossessione per la lotta al Male non fa che nutrirlo, rafforzarlo, promuoverlo. Anche la strega, interpretata dalla novantunenne Bathsheba Garnett nella sua versione vecchia e da Sarah Stephens in quella giovane, non è altro che un catalizzatore, un motore di avvio che poi lascia la famigliola bersaglio autodistruggersi nella paranoia, nelle gelosie, nelle piccole crudeltà di ogni giorno, minuscoli mattoni che portano passo passo alla follia più nera e violenta. Più che un horror vero e proprio, The Witch è un thriller psicologico con elementi sovrannaturali, in cui è il logoramento delle relazioni a gestire il ritmo della vicenda, ed in cui le sporadiche apparizioni di un male più “concreto” non sono che trascurabile corollario ad un altro più endemico e decisamente più terrificante. Una notevole opera prima, un horror sottocutaneo dall’impianto teatrale che inquieta e rimane attaccato addosso.

TITOLO ORIGINALE: The Witch

AL CINEMA: Suicide Squad

Posted in ben affleck, cinecomics, will smith with tags , , , , on agosto 15, 2016 by Mino

Suicide SquadSUICIDE SQUAD di David Ayer. Con Will Smith, Margot Robbie, Viola Davis, Cara Delevigne. USA, 2016. Fantastico.

Tratto dall’omonima serie a fumetti della DC Comics, Suicide Squad ha vinto un Teen Choice Award, ed ha ricevuto altre quattro candidature sempre ai Teen Choice. Dopo la morte di Superman, l’agente governativo Amanda Waller decide di formare una squadra speciale con alcuni dei peggiori criminali del mondo, che lavoreranno in cambio di una riduzione della pena: il sicario Deadshot, la folle Harley Quinn, il ladro Capitan Boomerang, il pirocineta Diablo, il cannibale Killer Croc e l’escapologo Slipknot, guidati dal colonnello Rick Flag e dalla sua guardia del corpo Katana, sono i primi candidati per formare la Task Force X. Il team viene subito messo all’opera quando una creatura della Waller, la potentissima strega Incantatrice, sfugge al suo controllo e minaccia di distruggere l’intera razza umana: i danni causati dalla Squadra Suicida saranno però minori di quelli provocati dall’Incantatrice?

Il tentativo della DC di emulare il Marvel Cinematic Universe continua, e dopo L’Uomo d’Acciaio Batman v Superman – Dawn of Justice il DC Extended Universe si arricchisce di un terzo capitolo, stavolta senza il famigerato Zack Snyder alla regia. Con il David Ayer di Fury al timone, la DC punta sul team di criminali e outsider della Squadra Suicida, e raduna alcuni dei villain più noti (Deadshot, Harley Quinn, Capitan Boomerang) e meno noti (El Diablo, Slipknot) in quello che, a conti fatti, risulta essere l’equivalente DC del marveliano Guardiani della Galassia, sebbene in salsa più dark come da marchio di fabbrica. Ayer, fortunatamente, non è Snyder, e aggiunge una buona dose di umorismo e ironia al suo Suicide Squad, che finalmente compensa la cupa monoespressività di Batman e Superman con i provocanti sorrisi della folle Harley Quinn (una fenomenale Margot Robbie) ed i ghigni sardonici di Deadshot (un divertito Will Smith). Mancano anche le punte reazionarie e cripto-fasciste dei due predecessori, per quanto un “Si vis pacem para bellum” apparso di sfuggita su una maglietta e le citazioni evangeliche sui vestiti e le armi del killer Deadshot sembrino rispostare l’ambito tematico in quella direzione; di sicuro, paradossalmente, i cattivi messi in scena da Ayer risultano molto più eroici e “buoni” degli eroi dei film precedenti (l’unica davvero cattiva nel film è la governativa Amanda Waller di Viola Davis, un concentrato di cinico pragmatismo e fredda crudeltà che fa impallidire lo scialbo Joker di Jared Leto, impegnato in una bizzarra e malriuscita imitazione di Jim Carrey e David Bowie). L’azione non manca di certo in un film che si basa principalmente su coreografie adrenaliniche ed effetti speciali mirabolanti, con la trama liquidata in una non troppo lunga introduzione per poi passare immediatamente all’azione, sacrificando anche quel poco di storia che avrebbe potuto esserci in favore di un’interminabile ma tutto sommato divertente battaglia senza quartiere contro bizzarri demoni multi-occhiuti. Considerate le aspettative, Suicide Squad è e rimane fin troppo politicamente corretto, e tutta la cattiveria promessa passa subito in secondo piano rispetto all’usuale film supereroistico, senza troppe variazioni sul tema. Il problema principale del film rimane la scarsa originalità dell’assunto: con un’idea che rimanda direttamente a Quella sporca dozzina, uno scontro finale ricalcato su quello di Ghostbusters – Acchiappafantasmi ed una sottotrama identica a quella di 1997: Fuga da New York, gli antieroi della Squadra Suicida si muovono in situazioni riciclate e rimasticate, concedendo qualche cameo teso esclusivamente a pavimentare la via a Justice League (Batman, Flash e Aquaman appaiono qua e là a ricordare che si tratta pur sempre di un universo condiviso), ma divertendosi con una colonna sonora che tra Eminem, The Queen e Grace dà il giusto tocco di autoironia alla bizzarra e scalcinata avventura del team. Suicide Squad non è quel disastro annunciato da buona parte della critica statunitense, ma (forse grazie ai numerosi rimaneggiamenti da parte dell’ingombrante produzione) rimane comunque un filmetto senza infamia e senza lode che diverte quel tanto che basta a non farne rimpiangere la visione…e anche solo per questo, si pone tre spanne buone sopra i disastrosi e seriosi polpettoni di Snyder, dando finalmente un minimo di speranza anche ai fan DC.

TITOLO ORIGINALE: Suicide Squad