Papà, Padre Rana è morto

PAPÀ, PADRE RANA È MORTO di Yevgeny Yufit. Con Ivan Ganzha, Maksim Gribov, Lyudmila Kozlovskaya, Anatoli Yegorov. Russia, 1992. Sperimentale.

Tratto da un racconto di Tolstoj, Papà, Padre Rana è morto è il primo film della corrente che Yufit ha definito “necrorealismo”. La storia è quella di un biologo, ossessionato da un’opera che sta scrivendo su una nuova specie di faina, che, in campagna dal cugino per un paio di giorni, assiste ad una serie di inquietanti fenomeni: da un gruppo di uomini vestiti di nero che girano per la città seviziando chiunque capiti loro a tiro, dalle stranezze e le debolezze della sua stessa famiglia, al suicidio di due bambini. Nel frattempo, un uomo cieco ed un bambino malaticcio tendono trappole mortali ad innocenti vittime in un labirinto sotterraneo.

Decisamente un film particolare, quello di Yufit, di difficile interpretazione. Talmente lontano dalla sensibilità occidentale da risultare a tratti incomprensibile, Papà, Padre Rana è morto è un ritratto inquietante e orrorifico della vita umana e della sua insensatezza. Una poesia oscura infarcita di simbolismi e metafore, il film presenta una trama più che frammentaria, a volte incoerente, altre del tutto inesistente. Come su un palcoscenico oscuro, nella vicenda del biologo senza nome si muovono personaggi senza speranza, che a malapena aprono bocca, risucchiati nel vortice delle loro esistenze vuote. Manca in Yufit lo spiritualismo di Tarkovski e degli altri registi russi che lo hanno preceduto, ma tolto questo, non resta altro che un enorme vuoto, un buco nero che assorbe ogni cosa, non solo la voglia di vivere dei personaggi, ma la vita stessa. Inutile cercare un senso a molte delle scene e delle battute del film: spesso non c’è proprio, o comunque non viene volontariamente rivelato. Il Padre Rana del titolo è il Babbo Natale russo, come a dire: il tempo delle favole è finito, il tempo dell’innocenza è finito, è l’ora di prendere atto dell’assoluta insensatezza della nostra esistenza. Un film difficile, angosciante, insensato, che vuole essere specchio nientedimeno che della vita stessa. Se poi riesca o meno nel suo obiettivo, spetta al giudizio dei singoli spettatori.

TITOLO ORIGINALE: Papa, umer ded moroz

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