The Chronicles of Riddick

THE CHRONICLES OF RIDDICK di David Twohy. Con Vin Diesel, Alexa Davalos, Colm Feore, Judi Dench. Usa, 2004. Fantascienza.

Seguito di Pitch Black, The Chronicles of Riddick dovrebbe essere il primo capitolo di una trilogia incentrata sull’antieroe creato da Twohy. Dopo gli eventi del film precedente, Riddick si è esiliato su un remoto pianeta ghiacciato per sfuggire alla cattura. Attaccato da alcuni cacciatori di taglie, torna alla civiltà per scoprire chi l’ha tradito. E’ così che rimane coinvolto nella guerra fra il pacifico Helion Prime, su cui si trovano i suoi amici, e gli spietati Necromonger, conquistatori galattici. Un’antica profezia sembra poi indicare in Riddick, ultimo della leggendaria razza dei Furyani, l’unico in grado di sconfiggere i Necromonger.

Pitch Black era un piccolo gioiello del cinema di serie B, con poche pretese e molto talento. Era improbabile che dopo il successo del primo film Twohy si limitasse a ripetersi, ma un cambio così radicale di stile e contenuti era imprevedibile: The Chronicles of Riddick è un film barocco, pesante, fin troppo ricco di rimandi e di citazioni. Riddick è passato dall’antieroe stile Jena Plissken ad uno dei tanti “eletti” o pseudo-messia (fra Matrix, Dark City, Harry Potter e compagnia non si contano più), ricordando in più di una battuta il Conan il barbaro di Milius. Oltre alla dimensione fisico-brutale-barbarica che può benissimo appartenere ad un racconto di Howard ambientato nello spazio, infatti, Twohy si è preoccupato di aggiungere dettagli sulla vita del protagonista tali da rendere il parallelismo sempre più evidente, a partire dal fatto che è l’ultimo sopravvissuto della sua razza, sterminata dal crudele conquistatore su cui vuole vendicarsi; come se non bastasse, l’inquadratura finale è la stessa di entrambi i film sul cimmero Conan, con l’eroe ormai solo seduto sul trono, con cipiglio cupo e la testa appoggiata al pugno in un gesto di riflessione. Dove questi rimandi vogliano portare non è dato saperlo, ma al momento non fanno che aumentare la farraginosità del racconto, che già di per sé arranca ed incespica fra situazioni ritrite e personaggi che non hanno una vera ragion d’essere. Peccato, perché materiale per fare un altro tipo di cinema, più sanguigno e pulsante, ce n’era in abbondanza. Abbandonandosi a questi virtuosismi, stilistici e narrativi, Twohy non fa che sotterrare uno splendido protagonista.

TITOLO ORIGINALE: The Chronicles of Riddick

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