Mulholland Drive

MULHOLLAND DRIVE di David Lynch. Con Naomi Watts, Laura Elena Harring, Justin Theroux, Dan Hedaya. USA, Francia, 2001. Thriller.

Inizialmente pensato come episodio pilota di un’omonima serie televisiva, Mulholland Drive ha vinto il Premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes. La giovane aspirante attrice Betty Elms arriva a Los Angeles per realizzare i suoi sogni. Giunta però nella casa di sua zia Ruth, che la ospita, trova Rita, una donna reduce da un tentato omicidio e da un incidente stradale, in seguito ai quali ha perso la memoria. Betty si affeziona subito a Rita e decide di aiutarla a ritrovare se stessa, basandosi sui pochi indizi trovati nella borsetta della donna. Le persone che la volevano morta, però, non smetteranno di cercarla.

Come nella maggior parte dei film di Lynch, la trama è quasi irraccontabile. Gli eventi e le identità dei personaggi non sono stabili, niente lo è, da un’inquadratura all’altra il senso del film può essere stravolto, recuperato e stravolto nuovamente. Nessuna sorpresa che l’ABC non sia rimasta soddisfatta del lavoro del regista, che inizialmente avrebbe dovuto dare il via ad una serie televisiva omonima, e che abbia perciò rifiutato il lavoro, salvo poi consegnarlo allo stesso Lynch che ne ha realizzato un film. Mulholland Drive è indubbiamente di difficile interpretazione, un film che non si lascia vedere, ma che pretende di essere letto. E la lettura è tanto più complicata quanto più appaiono molteplici le possibilità di interpretazione. La più probabile, condivisa, e sicuramente più semplice, è quella di una lunga seduta psicanalitica, che trascina lo spettatore nella mente di Diane Selwyn (splendida Naomi Watts) in un suo sogno, nel quale, per fuggire il senso di colpa per peccati passati, si identifica con la vittima, in una visione buonista e distorta di se stessa, una giovane spensierata, gentile e dolce pronta a tutto per aiutare un’amica che ha già ucciso. Il resto, è puro simbolismo: dalle memorie sepolte, “chiuse”, di cui cercare la chiave, ai mostri che si nascondo negli angoli bui, fino ad apparizioni estemporanee di personaggi persecutori e surreali rappresentazioni teatrali. Il significato è uno solo: la realtà non esiste. Non certo come siamo abituati a pensarla. Lynch abbandona del tutto un cinema canonico e “sensoriale” per gettarsi nell’inconscio freudiano con la maestria che gli è tipica, vincendo la sfida di rappresentare l’irrappresentabile, di rendere visibile e manifesto ciò che per definizione sfugge l’io cosciente. Inutile cercare un senso razionale ad ogni elemento di un film che si muove proprio nell’ambito dell’emotività e dell’irrazionalità. Quasi un’opera d’arte, Mulholland Drive è di una perfezione matematica riscontrabile in ogni suo elemento, e laddove la sincronia non si percepisce direttamente, la si avverte comunque come armonia di fondo. Spiazzante.

TITOLO ORIGINALE: Mulholland Dr.

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