Ho voglia di te

HO VOGLIA DI TE di Luis Prieto. Con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Caterina Vertova, Susy Laude. Italia, 2007. Drammatico.

Tratto dall’omonimo libro di Federico Moccia, Ho voglia di te è il sequel di Tre metri sopra il cielo. Dopo aver passato due anni in America nel tentativo di dimenticare Babi, Step torna finalmente a Roma. Qui, una notte, conosce Ginevra Vico, detta Gin, un’esuberante ragazza con cui inizia una bizzarra relazione. Nel frattempo, Step ottiene tramite le raccomandazioni di suo padre un lavoro in uno studio televisivo, e proprio qui ritrova Gin, impegnata in un’audizione che il ragazzo le farà passare. Fra i due le cose vanno bene, almeno fino a che sulla scena non ricompare Babi, prossima al matrimonio, ma che ancora pensa a Step.

Assolutamente sconcertante. Già il romanzo di Moccia appariva come una semplice operazione commerciale finalizzata a bissare il successo di Tre metri sopra il cielo, operazione peraltro perfettamente riuscita. Il film di Ho voglia di te riesce ad essere peggiore sotto ogni aspetto perfino del libro. Sorvolando ancora una volta sulla disarmante banalità della trama, che niente di originale ha da offrire ma che si limita a riciclare situazione trite e ritrite, si assite nel film di Prieto ad un esempio più che esplicativo di non-cinema, come già lo ha definito Paolo Mereghetti. La sospensione dell’incredulità che ogni autore chiede allo spettatore è un elemento fin troppo abusato da Prieto, che riesce ad inserire “svolte” nella trama una più improbabile dell’altra, fra momenti di serendipità che nemmeno Edipo riusciva a raggiungere ed implausibili paesaggi romani (un Foro deserto?), atti più di vandalismo che di romanticismo inspiegabilmente non fermati dalle inesistenti forze dell’ordine (quasi tutta l’Isola Tiberina tappezzata di striscioni e scritte sui muri…) e performance atletiche di Scamarcio che sfidano le convenzionali leggi della fisica (la scena finale del perdono con tanto di inseguimento per le strade romane). Si potrebbe a questo punto portare a difesa dell’impossibilità materiale di alcune scene il pretesto dell’allegoricità, salvo poi chiedersi quale mai idea o valore sia rappresentato da un’idiozia così abissale: la (a)morale del film è uno scontatissimo “il vero amore perdona tutto”, reso ancora più buonista e, francamente, stupida da dialoghi che salgono ben sopra la soglia di idiozia consentita in un film del genere, da sentimenti numerosi quanto piatti ed insipidi, da personaggi tagliati con l’accetta (non abbastanza da toglierli di mezzo, purtroppo) e da una colonna sonora che più scontata non si può. A proposito di questa, da sottolineare l’assoluta incapacità del regista di utilizzarla a dovere, continuando a coprire dialoghi (nota magari positiva) e risultando più ingombrante che presente. La recitazione, poi, è ai minimi storici, con la maggior parte degli attori, la Chiatti in primis, che sfiorano la dislessia patologica. Anche sul messaggio c’è poi da ridire: l’ “amore” esaltato dal film assume sempre più chiaramente i tratti di un’ossessione ai limiti della psicosi, comunque lodata in quanto romantica e “perfetta” come le fiabe; non solo Ho voglia di te è ignorante, implausibile, scontato, banale, stupido, ma anche, in ultima analisi, pericoloso e dannoso. A chiunque si chiedesse se fosse possibile peggiorare Moccia, Prieto dà una risposta sicura e limpida: assolutamente sì.

TITOLO ORIGINALE: Ho voglia di te

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