Tokyo Godfathers

TOKYO GODFATHERS di Satoshi Kon. Con (voci) Toru Emori, Yoshiaki Umegaki, Aya Okamoto, Seizô Katô. Giappone, 2003. Animazione.

Sorta di remake di In nome di Dio di John Ford, Tokyo Godfathers ha vinto il premio per il Miglior Film d’Animazione al Mainichi Film Concours. Tokyo, la notte di Natale: tre senzatetto, il burbero e alcolizzato Gin, il travestito caduto in disgrazia Hana e la ragazzina scappata di casa Miyuki, trovano fra la spazzatura una neonata abbandonata. I tre inzialmente la prendono con sé, poi però decidono di riportarla alla vera madre per convincerla a riprendersela. Le loro ricerche li porteranno ad una serie di improbabili avventure, che li costringeranno a guardarsi alle spalle e fare il bilancio della propria vita, fra rimpianti e ricordi.

Dire che il film di Satoshi Kon è un remake vero e proprio di 3 Godfathers (in Italia arrivato col titolo In nome di Dio) di John Ford sarebbe limitativo prima che incorretto. Il regista nipponico, da Ford, prende solo uno spunto minimo: i tre più improbabili benefattori salvano un neonato e se ne prendono cura finché non lo riportano alla famiglia. Se nel western di Ford i tre erano banditi, per Kon sono un altro tipo di emarginati: senzatetto, barboni, coloro che la società esclude e rigetta. Inutile dire che gli spunti sono quindi enormemente diversi. Nonostante quello che potrebbe sembrare, Tokyo Godfathers dà pochissima importanza a quello che è il problema sociale in sé, non è interessato a fare politica, ma adotta una visione quasi intimista, introspettiva, squisitamente psicologica, attenta ai caratteri dei singoli personaggi in quanto persone e non alla loro etichetta sociale di disadattati. La storia scava quindi nel passato dei tre emarginati protagonisti, fino a scoprirne sofferenze e segreti, storie e ricordi, in una sorta di terapia di gruppo che non si limita a rimestare fra le ceneri di scelte apparentemente irrimediabili, ma cerca uno spiraglio, un sentiero ancora percorribile per ricominciare una vita. Tutti e tre i protagonisti hanno toccato il fondo di esistenze, ognuna a suo modo, allo sbando, e da lì non possono che risalire: il processo di redenzione, però, comincia solo una volta che per primi si mettono in moto per aiutare qualcun’altro, nella fattispecie l’innocenza e la debolezza incarnate, una bambina che chiamano appunto Kyoko (“bambina pura”, più o meno). Non è casuale l’ambientazione natalizia, giorno che, in un contesto religioso o meno, indica comunque una rinascita, una speranza nuova. Anche da un punto di vista tecnico, Tokyo Godfathers non fa difetto: l’animazione, pur tradizionale, coinvolge, sia per l’uso dei colori che per la caratterizzazione dei singoli personaggi. La storia, poi, è raccontata magistralmente, con un ritmo travolgente, in cui un colpo di scena segue l’altro in una sequenza imprevedibile ed appassionante, senza mai cadere nel buonismo della morale finale né andare oltre le idee effettivamente presenti. Un film spiazzante, che inserisce un finale apparente dietro l’altro, e, coerentemente, finisce quando meno ci si aspetta. Un piccolo capolavoro, una perla d’animazione da riscoprire.

TITOLO ORIGINALE: Tōkyō Goddofāzāzu

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