IRIS, 23.15: Nonhosonno

NONHOSONNO di Dario Argento. Con Stefano Dionisi, Max Von Sydow, Chiara Casselli, Roberto Zibetti. Italia, 2001. Thriller.

Quattordicesimo film di Argento, Nonhosonno ha ricevuto due nominations ai Nastri d’Argento (Miglior Montaggio e Migliore Musica). Torino, 1983: le indagini sui delitti del serial killer noto come “Il Nano” hanno fine quando il primo sospetto, lo scrittore De Fabritiis, si uccide gettandosi nel Po. Diciassette anni dopo, però, gli omicidi ricominciano con lo stesso modus operandi e con rinnovata ferocia; a notare le analogie sono Ulisse Moretti, poliziotto in pensione che era stato responsabile delle indagini dell’83, e Giacomo Gallo, la cui madre era stata uccisa nella precedente serie di omicidi. Durante le indagini, i due si accorgono che stavolta l’assassino sta seguendo come filo conduttore delle sue azioni una vecchia filastrocca, presa da un libro di De Fabritiis…

Dopo che i quattro film usciti negli anni ’90 avevano segnato, a dire della critica, l’irresolvibile declino autoriale di Argento, il regista romano sembra volersi rifare agli inizi degli anni 2000, confezionando un thriller vecchio stampo, che riprende a più riprese quello che è unanimemente riconosciuto come uno dei suoi capolavori, Profondo rosso. “Squadra che vince non si cambia”, sembra voler dire Argento, quindi, se le sperimentazioni immaginifiche di Il fantasma dell’Opera o i thriller semi-onirici come Trauma e La sindrome di Stendhal non avevano convinto, meglio tornare al buon vecchio giallo urbano, un ritorno alle origini. Il problema principale di Nonhosonno è proprio questo, però: il riproporre quasi passo passo la stessa struttura narrativa di Profondo rosso, evidenziando così l’enorme differenza che corre ormai tra l’Argento degli anni ’70 e quello di inizio XXI secolo. Già, perché se le storie si ricalcano, si inseguono in rimandi ed in strutture, e si cerca di revitalizzare un genere che aveva un suo perché in un determinato contesto storico e socio-politico, ma che ha perso mordente adesso, la mano e l’occhio dietro la macchina da presa sono irriediabilmente diversi. Quello che doveva essere quindi un revival a tutto beneficio dei fan diventa invece un triste epitaffio ad uno degli immaginari più fertili della seconda metà del secolo scorso. Logica inesistente, interpretazione da teatro parrocchiale (ottimo Von Sydow, ma la sua bravura, invece che beneficiare il film nel complesso, tende a sottolineare l’incapacità dei colleghi), risvolti narrativi inesistenti, colpi di scena incredibili, e, su tutto, un’orrida filastrocca ripetuta fino alla nausea, scritta per l’occasione da Asia Argento, a riprova che è bene che padre e figlia lavorino assieme il meno possibile. Non c’è mordente, non c’è paura, non c’è incubo. Torino è rappresentata al suo peggio, non ha niente della Roma onirica e perturbante di Profondo rosso, né tantomeno della splendida e metafisica New York di Inferno. Si sente tanta nostalgia, guardando Nonhosonno, e si tende a compatire un grande regista che insegue se stesso, senza sapersi rinnovare, senza però nemmeno saper tornare alle proprie origini, senza lasciare nella mente e negli occhi dello spettatore uno spiacevolissimo e persistente senso di ridicolo.

TITOLO ORIGINALE: Nonhosonno

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