HORROR CHANNEL, 23.40: Faust

FAUST di Brian Yuzna. Con Mark Frost, Andrew Divoff, Isabel Brook, Jeffrey Combs. USA, Spagna, 2001. Horror.

Tratto dall’omonimo fumetto della Avatar Press, Faust ha vinto tre premi al Fantafestival ed un altro al Sitges – Catalonian Fantasy Film Award, ed ha ricevuto altre quattro nominations. Joh Jaspers è un pittore talentuoso, che vede la popria vita infrangersi al momento in cui alcuni criminali uccidono la sua amata Blue di fronte a lui. Depresso, Jaspers tenta il suicidio, ma viene fermato da un misterioso uomo, M, che gli propone un patto: la sua anima, in cambio del potere di vendicarsi. Jaspers, disperato ed assetato di vendetta, accetta, ed M lo trasforma in Faust, un essere demoniaco dai poteri soprannaturali. Faust fa strage dei nemici di Jaspers, ma il prezzo richiesto da M è tutt’altro che leggero…

Chiunque pensi di trovarsi di fronte un adattamento di Goethe non potrebbe essere più lontano: la fonte del film di Yuzna è la (discontinua) serie a fumetti di David Quinn e Tim Vigil, fra le più cruente ed originali della stampa indipendente degli anni ’80. La storia vorrebbe, effettivamente, essere una riproposizione moderna del mito faustiano, ma alla fine quello che più torna alla memoria è Il Corvo di James O’Barr, tanto per rimanere in ambito fumettistico, o il Wolverine di Frank Miller. Faust è un film essenzialmente grafico, con una storia semplice e scarna, puro pretesto per esplosioni gore ed effettacci speciali spesso disgustosi, ma decisamente efficaci, ed una sceneggiatura esile esile che nel finale perde il filo del proprio discorso ed inserisce una svolta narrativa (?) dietro l’altra senza giustificazioni né passaggi logici. Pur mantenendo un certo fascino visivo, Faust risente essenzialmente dell’inevitabile confronto col già succitato Il Corvo: se il fumetto di O’Barr è contemporaneo a quello di Quinn e Vigil (entrambi dell’88), il film di Yuzna arriva con irrimediabile ritardo rispetto a quello di Proyas, e, rispetto ad esso, non ha niente della sua poesia, del suo tormento esistenziale, del suo fascino dark e tragico. Faust si risolve piuttosto nell’essere un’orgia di sesso e violenza, una pellicola carnale, che affronta la seduzione del Male dal punto di vista più disturbante possibile, fra arti smembrati, riti esoterici, lussuria che sfocia più volte nel sado-masochismo (indimenticabile la scena scult col corpo della modella Monica Van Campen che si gonfia a dismisura), con scene estremamente crude ed elaborate sottolineate da una colonna sonora altrettanto violenta. A suo modo un cult, Faust trova il proprio principale difetto in Yuzna, un regista che, seppure decisamente a proprio agio col genere (suoi i lovecraftiani Re-Animator 2, Beyond the Re-Animator e Necronomicon), rimane bloccato da un immaginario fin troppo volgare per una storia che avrebbe richiesto una certa poetica tragica, certo meno fine di quella di Proyas, ma comunque di un certo livello.

TITOLO ORIGINALE: Faust: Love of the Damned

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