AL CINEMA: J. Edgar

J. EDGAR di Clint Eastwood. Con Leonardo Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts, Judi Dench. USA, 2011. Biografico.

Ispirato alla vita del capo dell’FBI John Edgar Hoover, J. Edgar ha vinto un AFI Award ed un NBR Award, ed ha ricevuto altre nove nominations, una delle quali ai Golden Globe (Miglior Attore a Di Caprio). Un vecchio J. Edgar Hoover convoca un agente FBI per dettare le proprie memorie: attraverso la sua storia, un intero cinquantennio degli Stati Uniti viene rivisitato. Dalla lotta ai comunisti alla nomina a capo dell’Intelligence nel 1919, dalla nascita dell’FBI al caso Lindberg, dai conflittuali rapporti con vari Presidenti a quelli ancora più conflittuali con la propria madre: Hoover, testimone ed eminenza grigia di alcuni dei fatti più significativi del XIX secolo, lascia un testamento di grandezza, progresso ed integrità. Dietro le autocelebrazioni del capo indiscusso del Bureau, però, si nasconde un animo fragile, dalla sessualità ambigua e dalla totale incapacità di intessere relazioni sociali.

Nessuno nega che Clint Eastwood sia un grande cineasta, un autore con la A maiuscola, un uomo che nel suo cammino personale ed artistico ha dimostrato a più riprese di sapersi evolvere, artisticamente ed umanamente, verso traguardi impensati. La strada da Lo straniero senza nome a Gran Torino è segnata da una profonda riflessione, mai venuta meno, tale da rivalutare valori, idee, stili, in un crescendo quasi unico. Non per questo, però, bisogna partire dal presupposto che qualsiasi film il “nuovo Clint” realizzi sia un capolavoro a prescindere da qualsiasi considerazione. Giustificare con una presunta volontarietà qualsiasi errore di un regista ormai considerato un “maestro” è un torto prima di tutto nei confronti dello stesso. E’ così che, davanti a J. Edgar, non si può fare a meno di rimanere, almeno un poco, delusi, specie considerata la sensibilità socio-politica che Eastwood aveva già ampiamente dimostrata con alcuni suoi precedenti pellicole (il dittico Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima in primis): l’ambizione registica ed autoriale di Clint appare essere quella di disegnare la solitudine dell’uomo di potere, sottolineandone anche le non poche contraddizioni, gli scheletri nell’armadio, gli eccessi che hanno portato la storia americana in una ben precisa direzione per tutto il secolo scorso. Il risultato, però, non è all’altezza delle premesse, a partire da uno stile narrativo discontinuo e non sempre coerente con se stesso, e soprattutto un occhio “privato” sulla vita di Hoover che vorrebbe umanizzare il personaggio ma non riesce mai ad andare oltre l’illazione ed il gossip. Di Caprio è un protagonista all’altezza, ma risulta enormemente penalizzato da un pesante trucco che finisce col renderlo quasi totalmente inespressivo ed un uso delle luci che ne devalorizza ulteriormente la performance (nella versione italiana, poi, il doppiaggio penalizza ulteriormente); lo stesso problema finisce col “sabotare” la credibilità del Clyde Tolson di Armie Hammer, e l’unica per cui il trucco non limita l’espressività risulta infine Naomi Watts. Eccezionale ed incisiva invece Judi Dench, il cui personaggio, però, viene da Eastwood e dallo sceneggiatore Dustin Lance Black trasformato in una sorta di Mrs. Bates, una madre padrona che monopolizza la sfera sentimentale del figlio, lo trasforma in un omosessuale represso e lo costringerà a nascondere la propria umanità dietro una facciata di duro inflessibile. Se l’occhio storico funziona, quello privato-intimistico fallisce totalmente nel proprio intento, fino a rendere alcune scene francamente inutili quando non dispersive (la rissa in albergo fra Hoover e Tolson, Hoover che si mette il vestito della madre davanti allo specchio) e ad inficiare così anche quanto di valido potesse nascondersi nelle riflessioni di Eastwood. La regia rimane un punto fermo, capace di portare lo spettatore dentro meccanismi di potere che regolano la vita di un intero Stato come dentro evoluzioni-involuzioni psicologiche che formano un carattere, ma è stavolta messa al servizio di una trama che non regge, di personaggi quasi abbozzati, di una sceneggiatura che lascia troppo all’immaginazione e rimane in costante incertezza tra il rappresentare ed il nascondere, tra l’ipotesi ed il fatto storico. Con J. Edgar non si può parlare di fallimento completo: la tecnica c’è e si vede, così come  una profonda riflessione alle spalle; sicuramente, però, non si può parlare neanche di un film ben riuscito, visto e considerato, soprattutto, i livelli cui Eastwood ci ha abituati negli ultimi anni.

TITOLO ORIGINALE: J. Edgar

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