AL CINEMA: Com’è bello far l’amore

COM’È BELLO FAR L’AMORE di Faust Brizzi. Con Fabio De Luigi, Claudia Gerini, Filippo Timi, Alessandro Sperduti. Italia, 2012. Commedia.

Seconda commedia italiana in 3D, Com’è bello far l’amore è il sesto film di Faust Brizzi. Andrea e Giulia, coppia di sposi quarantenni, sta passano un momento di crisi nel proprio matrimonio, causato dalla non più soddisfacente vita sessuale. Un’occasione di rinnovare la propria intimità arriva per i due con Max, amico del liceo di Giulia, di professione pornodivo, che viene ospitato dalla coppia durante il suo soggiorno in Italia. Max, con la sua notevole esperienza, non solo agirà da sessuologo per i due coniugi tentando il meglio del proprio repertorio per riportare un po’ di fantasia e di passione sotto le coperte, ma diventerà anche una sorta di “guida spirituale” per il figlio di Giulia ed Andrea, Simone, alle prese con una ragazza di cui è innamorato e che lo vuole solo come “trombamico”.

La carriera di Fausto Brizzi non si può certo dire coerente, anzi: una continua altalena dalla commedia godibile, come il primo Notte prima degli esami, al peggio della volgarità Made in Italy, come Maschi contro femmine. Con Com’è bello far l’amore, però, il limite del “peggio” si abbassa ulteriormente rispetto a quanto si era già visto nella filmografia del regista romano. Dopo un’irritantissima introduzione che vede Brizzi in persona raccontare a modo suo le origini del cinema (i fratelli Lumière si rigirano nella tomba) e spiegare la nascita del cinema d’autore (Bellocchio e Von Trier, citati direttamente, avrebbero di che ridire), il film comincia con una palese dichiarazione d’intenti: un party per festeggiare un divorzio, i protagonisti del quale dichiarano candidamente di non considerarsi più coniugi, ma di voler continuare non per questo ad essere amanti. Da qui, la trama è tutta in discesa, in un susseguirsi  di volgarità, luoghi comuni, inni alla superficialità, manifesti di idiozia, maschilismo e machismo. Sorvolando sul paradosso di fondo della narrazione (rivolgersi ad una pornostar per risollevare le sorti di un matrimonio) ed agli incredibili sviluppi che seguono (la madre che si congratula col figlio dopo aver scoperto che questi ha rubato le chiavi della casa al mare per fare sesso con una sua amica ma è stato puntualmente visto dagli amici dei genitori, che hanno telefonato per avvertire), è da sottolineare la piattezza emotiva ed il vuoto relazionale rappresentato come massimo delle aspirazioni in una vita di coppia: che il sesso sia un ingrediente importante in un matrimonio non è discutibile, che tutta la vita di coppia si centri esclusivamente sulla fisicità, è perlomeno opinabile. Senza contare il fatto che, nonostante le recenti dichiarazioni della Gerini, di sesso non si parla né in termini “per tutta la famiglia”, né tantomeno sotto un occhio paritario per i due partner: dal voyeurismo più smaccato alla considerazione generale del corpo femminile, quella di Brizzi è una percezione a senso unico, e non basta avere una donna che si lamenta delle scarse prestazioni del marito per fare un film “al femminile”. La cosa davvero triste di questo Com’è bello far l’amore è il tipo di adulto messo in scena: un eterno adolescente, incapace di raggiungere una maturità emotiva o una qualsivoglia stabilità relazionale tali da porlo in condizione di assumersi una qualche responsabilità, verso se stesso né tantomeno verso il partner. E la tristezza è tanto maggiore quanto più realistico è l’affresco di una generazione, la stessa che ballava i lenti su Reality di Richard Sanderson e che finisce celebrata dalle canzonette di Patty Pravo e Raffaella Carrà, triste cornice ad un ancor più triste ritratto.

TITOLO ORIGINALE: Com’è bello far l’amore

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