AL CINEMA: In Time

IN TIME di Andrew Niccol. Con Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy, Vincent Kartheiser. USA, 2011. Fantascienza.

Quarto film di Andrew Niccol, In Time è la quinta sceneggiatura del regista neozelandese. Dal 2161, l’umanità è programmata in modo da smettere di invecchiare a venticinque anni. Il tempo, però, è divenuto la nuova valuta di scambio, e per continuare a vivere, dopo il compimento del venticinquesimo anno è necessario guadagnarsi il proprio tempo, con la risultante di pochi ricchissimi immortali ed una stragrande maggioranza di poveri che vive letteralmente alla giornata, raggranellando poche ore in cambio del proprio lavoro. Will Salas è un ragazzo che vive nel Ghetto, la zona-tempo più povera, dove la gente muore per strada quando il proprio orologio si azzera. Una notte, Will conosce Henry Hamilton, uno degli immortali, che, stanco di vivere, gli regala più di un secolo, suicidandosi. A Will, che conosce la povertà, è data l’opportunità di usare gli anni di Hamilton per migliorare la vita di chi gli sta intorno…

Che Niccol sia un autore affascinante è chiaro fin dai suoi esordi, come sceneggiatore dello splendido The Truman Show di Weir prima e come brillante ed intelligente regista dell’agrodolce commedia S1m0ne poi. Particolarità dello scrittore/regista neozelandese è quella di usare, come Philip K. Dick, Ray Bradbury e molti altri prima di lui, la fantascienza come è stata rielaborata dai primi anni del ‘900 in poi: da giocattolo per suscitare meraviglia ed instillare fede nel progresso umano (coincidente col progresso scientifico) a strumento di denuncia sociale, di satira del presente attraverso lucide descrizioni di distopie e futuri più o meno remoti. Letto sotto questo punto di vista, In Time è una brillante, angosciante, rabbiosa descrizione del sistema capitalistico finanziario, con particolare riferimento alla deriva assicurativo-bancaria americana. Il processo imbastito da Niccol è “semplice”: al denaro è sostituito un bene per definizione non smerciabile, il tempo, dal quale dipende la vita di ognuno dei personaggi (e tutto sommato degli spettatori), con l’intento di mostrare palesemente quelle che sono le conseguenze sotterranee (ma nemmeno poi tanto) del sistema capitalistico reale, l’ingiustizia di fondo per cui “per pochi immortali la maggioranza deve morire”. La lotta di classe parte da un ghetto che rimanda al Fritz Lang di Metropolis, si incarna in un anonimo operaio (Justin Timberlake, non proprio efficace ma funzionale) che sfida il sistema, ne conquista una idealistica e filantropica esponente (Amanda Seyfried, deludente), per riuscire ad infliggere un duro colpo all’intero mercato globale; in In Time non esiste però lieto fine, il sistema finanziario-temporale è un Moloch inarrestabile, che vivrà fintanto che esisteranno persone disposte a nutrirlo per tornaconto personale, e la massima vittoria ottenibile è un suo momentaneo arresto, uno sbilanciamento che sarà comunque riparato nell’arco di poco tempo. Il più grande limite di Niccol è in questo caso rappresentato da un finale falsamente consolatorio, che butta sulla scena una coppia di novelli Bonnie & Clyde in modo da accontentare il pubblico più commerciale, senza sbilanciarsi nella conclusione né su un versante pienamente fatalista né su uno realmente positivo. Il colpo all’immaginario, però, c’è e si sente: una fantascienza da post-Indignados, che riecheggia il movimento Occupy Wall Street attraverso rimandi diretti, che condanna una rete globale di economia fittizia, che demolisce il Sogno Americano marchiandolo finalmente come mito fondante, una favola per bambini cui non credono nemmeno più i diretti destinatari (eccezionale il monologo sull’American Dream di Philippe Weiss, l’odioso affarista interpretato da Vincent Kartheiser); in mezzo alla lotta fra idealisti in cerca di giustizia e magnati ansiosi di preservare i propri privilegi, tutta una serie di comprimari che girano come ruote di un ingranaggio in un meccanismo ben più grande di loro, dall’alcolizzato Borel di Johnny Galecki alla mamma proletaria Rachel di Olivia Wilde, ma soprattutto uno splendido Cillian Murphy, il custode del tempo (poliziotto) Raymond Leon, che pur riconoscendo l’immoralità e l’ingiustizia del sistema che serve intuisce anche l’inutilità e la pericolosità della lotta allo stesso. In Time non è il miglior film di Niccol, cede a volte alla tentazione della retorica e stringe fin troppi compromessi con il mondo dei blockbuster, ma rimane comunque uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni, che dà finalmente voce ad una fetta crescente di popolazione che sogna una nuova era.

TITOLO ORIGINALE: In Time

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5 Comments

  1. Senza niente da ridire su quello che hai scritto resta il fatto che secondo me la scelta del tempo come moneta di scambio non è casuale. In parte perchè estremamente efficace come mezzo per far vedere i reali effetti di un sistema economico sbilanciato, ma anche perchè, come i soldi non sono tutto e non fanno la felicità (anche se aiutano 😉 come in genere si dice), così l’immortalità, o comunque l’allontanamento della morte finchè c’è tempo, non è sufficiente perchè si Viva realmente.
    In una società dove si sente dire tante volte: “se avessi più tempo farei…” “quando avrò tempo farò/sarò…” far vedere che non basta avere il tempo, ma occorre anche decidersi a fare realmente qualcosa (magari per gli altri) non mi sembra un messaggio di poco conto.

  2. Sono andato a vederlo al cinema per passare una serata con un “filmaccio” di azione-fantascienza con pochissime aspettative (Justin Timberlake… ma per favore!).
    All’uscita mi ero ricreduto: non è assolutamente un filmaccio e anche il buon vecchio Justin si difende non male. Veramente un film da vedere!
    Certo non sono tutte lodi. La nota più deludente è che per tenere viva l’azione (cosa che riesce benissimo) si fanno forzature improbabili alla trama (vedi l’infiltrazione tra le guardie del corpo o il poliziotto che dopo 50 anni di lavoro si dimentica di incassare la paga vitale!).
    Poi il finale è inconcludente e poteva essare sviluppato molto melio il successo o il fallimento del tentativo di distruggere il sistema anche se si lascia chiaramente spazio a un sequel.

    1. Non credo che l’obiettivo principale sia un sequel, ma sono d’accordo sul finale: non penso che il pubblico statunitense avrebbe accettato un finale “negativo”, con il fallimento della ribellione, ma il pubblico europeo, d’altro canto, non avrebbe affatto gradito uno positivo. Il compromesso, come dici tu, è decisamente deludente…
      E mi trovi d’accordo per quanto riguarda le forzature in favore dell’azione. Rimane il fatto, però, che a mio avviso rispetto ai simili questo film è oro.

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