RAI4, 21.10: The Hurt Locker

THE HURT LOCKER di Kathryn Bigelow. Con Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, David Morse. USA, 2008. Guerra.

Presentato al 65° Festival di Venezia, The Hurt Locker ha vinto settantanove premi internazionali (sei dei quali Oscar) ed ha ricevuto quarantasette nominations (tre delle quali sempre agli Oscar). Iraq: la squadra artificieri Bravo rimane senza un caposquadra quando il sergente Thompson rimane ucciso in un’operazione di disinnesco. Il suo sostituto, il sergente William James, è una leggenda fra gli sminatori, un veterano che ha disinnescato più di 870 ordigni, ma i suoi metodi decisamente poco ortodossi, che mettono più volte a rischio la squadra, lo rendono inviso ai sottoposti, il sergente Sanborn ed il soldato Eldridge. Mancano pochi giorni al ricambio delle truppe, e mentre Sanborn ed Eldridge non vedono l’ora di tornare a casa, James sembra non desiderare altro che restare in Iraq…

La notte degli Oscar 2008 è stata una vera e propria guerra familiare, con James Cameron candidato col suo Avatar e l’ex moglie Kathryn Bigelow che l’ha sorpassato su quasi tutti i fronti con The Hurt Locker. Il titolo si rifà al gergo militare, in cui “lo scrigno del dolore” è un luogo a rischio bomba. L’intento della Bigelow è chiaro fin dalla citazione iniziale, tratta dal bestseller del giornalista Chris Hedges War Is a Force That Gives Us Meaning (“la guerra è una forza che ci dà un significato”): “La furia della battaglia è una dipendenza potente e spesso letale, perché la guerra è una droga”. Come già Kubrick in Full Metal Jacket (e, prima di lui, molti altri), The Hurt Locker dimostra come, trasformato un uomo comune in un soldato, sia impossibile riportarlo ad una vita normale: la guerra diventa l’unica realtà vivibile e l’emozione, il gusto di vivere, non si ritrova in nient’altro. Assistita dal giornalista Mark Boal, che le ha fornito aneddoti dal fronte utilizzabili per una messa in scena, la Bigelow si reca sul campo (il film, per maggiore realismo, è stato girato in Giordania, all’interno dei confini iracheni) e racconta più storie, episodi della vita di soldati al fronte, in particolare di sminatori ed artificieri, delle difficoltà sul luogo, dei conflitti interni alle squadriglie e del Conflitto, con uno stile narrativo frammentario, a mosaico, che trasmette confusione e freneticità. La popolazione irachena assume i contorni anonimi e sfumati del Nemico, senza ulteriori approfondimenti, e tutta l’attenzione viene spostata sui soldati statunitensi, unica realtà presente nella pellicola. Più che una scelta di fazione, quella della Bigelow è in questo caso una scelta di registro narrativo: non è la situazione in Iraq ad essere ripresa, quanto quella dell’animo dei soldati presenti sul luogo, da qui il mancato approfondimento del contesto. Il problema principale è la frammentarietà del film: pur mantenendo la tensione sempre altissima, spesso con l’ausilio delle musiche di Marco Beltrami e Buck Sanders, l’impressione generale è quella di una serie di aneddoti legati fra di sé solo dalla presenza dei protagonisti, una storia spezzata e frammentata che disperde l’attenzione ed il ritmo nella foga di raccontare quanto più possibile. Gli eccessi di retorica erano probabilmente inevitabili, ma, specie confrontando The Hurt Locker con i suoi illustri predecessori, il sensazionalismo legato al film sembra decisamente esagerato, fermo restando che ci troviamo davanti ad una pellicola al di sopra della media.

TITOLO ORIGINALE: The Hurt Locker

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