HORROR CHANNEL, 23.45: Zombie Strippers

ZOMBIE STRIPPERS di Jay Lee. Con Jenna Jameson, Robert Englund, Carmit Levite, Laura Bach. USA, 2008. Horror.

Secondo lungometraggio di Jay Lee, Zombie Strippers ha ricevuto una nomination ai Golden Trailer Awards (categoria Trailer più Trash). In un futuro non troppo lontano, il Presidente Bush ed il Vice-Presidente Schwarzenegger sono al loro quarto mandato: l’America è in guerra con praticamente ogni paese arabo (ed anche qualcun’altro) e la crisi economica è ai suoi massimi. I laboratori bellici della W., l’industria di Bush, realizzano un virus capace di resuscitare i morti: un soldato resuscitato ha già superato il trauma della morte, quindi diventa un perfetto combattente senza paura. Qualcosa però va storto, e il virus si mantiene puro solo se iniettato alle donne, trasformando invece gli uomini in zombi senza cervello. Le cose vanno ancora peggio quando il virus comincia a diffondersi al Rhino, uno strip club clandestino…

Jay Lee non è un gran nome, è conosciuto poco perfino come regista underground, ma non per questo non merita una visione; dopo The Slaughter, Lee torna con un’altra commedia horror, che ricorda nel gusto dell’orrido e del disgustoso e nella satira socio-politica condita con un umorismo a tratti demenziale il primo Peter Jackson: Zombie Strippers, una sorta di ideale incontro fra Il rinoceronte di Eugène Ionesco e La danza dei morti di Tobe Hooper. Rispetto al primo, rimangono la feroce critica al conformismo ed, al posto dei totalitarismi, un’abbondante satira verso il governo Bush, ancora in carica all’uscita del film; dal secondo, Lee mutua la condanna all’uso consumistico del corpo (consumistico nel senso letterale del termine, in caso di zombi), all’avidità come motore del capitalismo e base del sogno americano, ed importa perfino Robert Englund, nello stesso, identico ruolo che lo aveva visto protagonista del film di Hooper. Jay Lee punta al trash, e lo fa con una naturalezza ed una “serietà” che non può non risultare esilarante: dalle prime scene che descrivono il futuro distopico in cui il film è ambientato, alla presentazione della super squadra di marines che metterebbe in ginocchio perfino Chuck Norris, fino alla parodia delle dinamiche stereotipate dello strip club (la ragazza innocente che si spoglia per una giusta causa, la primadonna amata ed invidiata, l’ebete che si lascia manipolare ma in realtà è una brava ragazza, la rivale cattiva ed arrivista…), Lee si preoccupa esclusivamente di non prendersi sul serio, e la cosa gli riesce divinamente. Il modello principale per la messa in scena è la “cultura” delle Grind House, la stessa che ha portato Rodriguez a realizzare l’analogo Planet Terror, con cui Zombie Strippers ha più di un punto in contatto, ma rispetto al regista messicano ha il pregio della mancanza di autocelebrazione. L’argomento, nonostante gli intenti, porta più volte Lee ad indugiare fin troppo sugli strip in se stessi, finendo in un voyeurismo che, oltre ad essere contraddittorio con buona parte del messaggio, risulta il più delle volte noioso; il divertimento, però, c’è e non manca, i personaggi sono macchiette di se stessi, la storia va avanti per soluzioni improbabili, si gioca col razzismo, col sessismo, con le manie ed i pregiudizi dell’americano medio (ma non solo). Certo, Zombie Strippers non è un capolavoro, e risulterà certamente indigesto a chiunque sia meno che amante del trash e del cinema di serie B, ma lo spettacolo c’è, il ritmo non manca, battute, brividi e raccapriccio arrivano in abbondanza: nel suo piccolo, un buon film.

TITOLO ORIGINALE: Zombie Strippers

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