AL CINEMA: Cesare deve morire

CESARE DEVE MORIRE di Paolo e Vittorio Taviani. Con Salvatore Striano, Giovanni Arcuri, Cosimo Rega, Antonio Frasca. Italia, 2012. Drammatico.

Tratto dal Giulio Cesare di William Shakespeare, Cesare deve morire ha vinto l’Orso d’Oro al Festival del Cinema di Berlino. Nel carcere di Rebibbia, i detenuti sono invitati a partecipare al laboratorio teatrale, che vedrà sulla scena il Giulio Cesare di Shakespeare. Dopo una serie di provini, vengono scelti gli attori per i ruoli principali e quelli secondari. Man mano che le prove avanzano, i carcerati si identificano sempre di più con i propri personaggi, si scoprono simili a uomini morti da millenni e cantati da un poeta di secoli prima, vedono i propri sentimenti e le proprie rivalità riflettersi in quelli narrati dalla storia. Intanto, si avvicina la sera della prima…

L’arte libera l’anima: quello che può rimanere un discorso vuoto, un bell’aforisma senza particolare significato, è presentato dai fratelli Taviani in tutta la sua dolorosa ed intensa verità. Cesare deve morire non è un film di attori: ogni volto che appare sullo schermo non è personaggio, ma persona, ogni carcerato interpreta se stesso, con le effettive condanne, con vere generalità, con tutta la sincerità del mettersi a nudo davanti al pubblico di chi preferisce giudicare piuttosto che immedesimarsi. A Berlino, Paolo Taviani ha dichiarato: “Noi speriamo che quando il film sarà distribuito nelle sale, gli spettatori diranno a se stessi ed anche a chi li circonda…che anche un prigioniero con una sentenza spaventosa, anche una condanna a vita, è e rimane un essere umano”; ecco che l’Arte assume una funzione universalizzatrice, fa riscoprire emozioni, moti dell’anima e dello spirito, ideali, sentimenti, desideri che sono comuni a tutto il genere umano in quanto tale. Shakespeare trasforma la fila pasoliniana di volti in scultorei visi di antichi romani, impegnati nella difesa della libertà, sofferenti per il tradimento, uniti dalla fratellanza, divisi dall’ambizione; i carcerati non si annullano nei Bruto, nei Cassio, nei Cesare, ma li fanno propri, riflettono in essi le proprie esperienze, si ritrovano e si riscoprono rimodellando le battute del Bardo con i propri dialetti d’origine. Rebibbia diventa allora uno sconfinato teatro, il cortile dell’ora d’aria si trasforma nelle affollate strade di Roma che accolgono il Cesare trionfante e quello ucciso, la sala lettura è il luogo perfetto per la congiura di Bruto e Cassio, le celle si trasfigurano in tende montate prima della battaglia di Filippi. Il bianco e nero è colore della memoria, ma anche della libertà, della trasfigurazione del reale, del trionfo dell’arte; i colori tornano prepotentemente nel presente, a ricondurre i carcerati in cella dopo la prima, una battaglia vittoriosa che ha riconquistato agli attori la dignità di esseri umani di fronte al mondo, ma che segna anche la fine della magia. “Da quando ho conosciuto l’Arte, questa cella è una prigione” afferma malinconico Cosimo Rega, (non più) Cassio, e parte lo splendido sassofono di Giuliano Taviani a chiudere sui titoli di coda. Più che ottuagenari, i fratelli Taviani sanno ancora regalare emozioni intense, sanno far vibrare le corde dell’anima comuni all’umanità in quanto tale, pensano e fanno pensare, e regalano un capolavoro.

TITOLO ORIGINALE: Cesare deve morire

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