CANALE 5, 21.10: The Family Man

The Family ManTHE FAMILY MAN di Brett Ratner. Con Nicolas Cage, Téa Leoni, Don Cheadle, Makenzie Vega. USA, 2000. Commedia.

Quarto film di Brett Ratner, The Family Man ha vinto un Saturn Award, un BMI Film Music Award, un Blockbuster Entertainment Award ed un Young Artist Award, ed ha ricevuto altre sei nomination. New York, 1987: Jack Campbell deve partire per Londra per un praticantato, ed ignora la fidanzata Kate che teme di non rivederlo più. Tredici anni dopo, Jack è un affermato uomo d’affari ed azionista, è uno degli uomini più ricchi della città ed ha un lavoro che lo realizza e lo soddisfa, ma non è mai tornato da Kate. Una sera Jack incontra Cash, uno strano individuo che lo provoca e gli promette che gli mostrerà che non è affatto vero che lui “ha tutto ciò di cui ha bisogno”. La mattina dopo, Jack si sveglia accanto ad una Kate invecchiata di tredici anni…

The Family Man si inserisce nel filone dei film natalizi per tutta la famiglia, una storia possibilmente commovente ed edificante che dovrebbe incarnare lo spirito del Natale. Non per niente la falsariga che Ratner, regista di Rush Hour, decide di seguire, è quella de La vita è meravigliosa di Frank Capra e, soprattutto, Canto di Natale di Dickens. Nic Cage, sempre decisamente inespressivo, ma funzionale alla storia, è Jack, un uomo che ha fatto del proprio lavoro tutta la sua vita, che ha messo il piano professionale sopra ad ogni altro, ed a cui viene presentata l’opportunità di dare una semplice occhiata ad una vita alternativa, un’altra possibile realtà, frutto di altre scelte, di altre convinzioni; una vita non “migliore”, semplicemente “diversa”, in cui l’affettività ha la meglio sulla realizzazione economica, in cui il sacrificio di sé ha portato ad un “noi” che riempie ogni istante della vita. Ratner non è certo il più profondo dei registi americani, ma ha saputo realizzare un film che parla oltre le intenzioni del proprio autore: film dall’anima triste, The Family Man vuole regalare un happy ending al pubblico pagante, ma non riesce (fortunatamente) a liberarsi di un’intrinseca malinconia, di un culto del rimpianto che mostra semplicemente come ogni scelta nella vita, ogni attribuzione di valore, ogni decisione presa al posto di un’altra porti l’identità personale e ciò che in genere viene chiamato “vita” su binari completamente diversi. Il finale (nonostante lo spirito prettamente americano che lo anima, secondo cui ogni scelta è reversibile) non vuole essere circolare, non ha uno spirito di nuovo inizio, quanto piuttosto di “salvare il salvabile”: la visione di Jack non potrà più avverarsi, appartiene ad un altro se stesso che ha fatto altre scelte, ma anche al Jack “ufficiale” è data la possibilità di avvicinarsi a quel modello, magari trovando un equilibrio tra sfera affettiva e sfera lavorativa, fra casa e professione. Don Cheadle, novello Clarence decisamente sui generis, dà immagini, assaggi, barlumi di possibilità, mostrando la bellezza di una vita meno perfetta ma non per questo meno felice, portando un uomo che viveva di certezze e sicurezze incasellate a porsi domande che lo spiazzano, lo turbano, lo spingono ad interrogarsi su posizioni mai messe in dubbio. Come già detto, The Family Man risulta essere un film che accumula meriti ben oltre le effettive capacità dell’autore, che fa riflettere ben oltre l’intenzione commerciale di una produzione che cerca le facili lacrime e le morali edificanti: un film sulla sacralità della famiglia borghese che si trasforma in un’indagine sul peso della scelta, sull’irreversibilità della vita, sulle decisioni prese e sui rimpianti che queste comportano. Quando il cinema prende vita indipendentemente dalla mano che lo muove.

TITOLO ORIGINALE: The Family Man

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