IRIS, 15.20: King Kong

King Kong_KING KONG di John Guillermin. Con Jeff Bridges, Charles Grodin, Jessica Lange, John Randolph. USA, 1976. Fantastico.

Remake dell’0monimo film di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack, King Kong ha vinto quattro premi internazionali, tra cui un Oscar (Migliori Effetti Speciali), ed ha ricevuto altre tre nomination, due delle quali sempre agli Oscar (Migliore Fotografia e Miglior Sonoro). Fred Wilson è il cinico proprietario della compagnia petrolifera Petrox. Convinto di aver trovato nuovi giacimenti su una sperduta isola dell’Oceano Indiano perennemente circondata dalla nebbia, Wilson forma una spedizione, ma sulla nave si trovano due passeggeri imprevisti: l’antropologo Jack Prescott, imbarcatosi clandestinamente per studiare le popolazioni dell’isola, e Dwan, aspirante attrice unica sopravvissuta a un naufragio. Il gruppo arriva finalmente sull’isola, ma qui scopriranno che qualcosa di diverso da un giacimento petrolifero li attende: un enorme gorilla di nome Kong…che si innamora di Dwan.

In cerca di una nuova macchina per soldi, argomento per il quale ha sempre avuto un certo fiuto, Dino De Laurentiis tenta l’impresa e riesuma il classico di Cooper & Schoedsack del 1933. Dopo un rifiuto di Roman Polanski, la regia viene affidata al John Guillermin de L’inferno di cristallo, regista magari poco conosciuto, ma a proprio agio con effetti speciali e scene di massa, unico elemento che davvero interessasse ai De Laurentiis. Il King Kong di Guillermin si articola come una pura e semplice fiaba, con un occhio particolare chiaramente a La bella e la bestia, con qualche tocco di ecologismo che non guasta mai e fa tanto indipendente. Il cattivo del film, il Wilson di Charles Grodin, è giustappunto un magnate petrolifero, che non potendo sfruttare i giacimenti di uno sperduto paradiso preistorico, decide di sequestrarne la divinità e di farne un’attrazione da circo (un manicheismo tipicamente americano provvederà ad una punizione esemplare). Cavaliere senza macchia e senza paura è invece un antropologo ambientalista, Jeff Bridges, uno scienziato talmente improbabile da attribuire la formazione di banchi di nebbia alla presenza di un qualche animale. Fra i due, la bella Jessica Lange, qui al suo esordio, attricetta che affonda con lo yacht di un regista e sopravvive miracolosamente giusto in tempo per essere sequestrata ed offerta in sacrificio, cadendo poi vittima di una versione gigante della Sindrome di Stoccolma. Il nostrano Carlo Rambaldi ci mette del proprio, e guadagna un Oscar con un robottone alto dodici metri (peraltro usato pochissimo) ed un costume da gorilla fatto indossare al collega Rick Baker. Il sentimento generale di fronte a King Kong è di assoluta delusione: Guillermin (nel poco di autonomia lasciatagli da De Laurentiis padre e figlio) uccide ogni epicità, ogni pathos, ogni lettura minimamente approfondita della vicenda, e preferisce soffermarsi su facili emotivismi, sulla sicura efficacia degli effetti speciali (già incredibilmente invecchiati ed ormai ridicoli), su una trama semplice semplice che evita con perizia simbolismi e metafore, se non a livello puerile ed elementare. Un successo di pubblico incredibile, King Kong è e rimane, comunque, un baraccone colorato che attira più con la forma che non col contenuto, penalizzato da interpretazioni non all’altezza (nemmeno con attori altrimenti più che validi come Bridges) e da una produzione visivamente invadente. Nel confronto con l’originale del ’33, Guillermin risulta inevitabilmente surclassato.

TITOLO ORIGINALE: King Kong

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