SKY CINEMA CULT HD, 03.45: Lincoln

LincolnLINCOLN di Steven Spielberg. Con Daniel Day-Lewis, Sally Field, David Strathairn, Tommy Lee Jones. USA, India, 2012. Biografico.

Tratto dal libro Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln di Doris Kearns Goodwin, Lincoln ha vinto novantaquattro premi internazionali, tra cui due Oscar (Migliore Attore Protagonista a Day-Lewis, Migliore Scenografia), ed ha ricevuto altre centoquarantadue nomination, dieci delle quali sempre agli Oscar (Miglior Film, Miglior Regia, Migliore Attore Non Protagonista a Jones, Migliore Attrice Non Protagonista alla Field, Migliore Fotografia, Migliore Sceneggiatura Non Originale, Migliori Costumi, Miglior Montaggio, Miglior Sonoro, Miglior Colonna Sonora). America, 1865: la lunga Guerra di Secessione sembra ormai alla fine, ma il Presidente Abraham Lincoln è preoccupato che il ritorno degli Stati secessionisti mini il suo progetto di un tredicesimo emendamento, mirato all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti. Con una mossa azzardata, Lincoln tenterà di unire le frange progressiste e moderate dei Repubblicani ed i pochi Democratici rimasti per far passare l’emendamento prima della fine della guerra.

Da sempre Hollywood ha un debole per le biopic gloriose, di quelle che glorificano la storia americana attraverso kolossal dai budget stratosferici, solitamente punte di diamante dei vari studi di produzione che si ipotecano Oscar e premi vari con pellicole autoriali e rigorosamente patriottiche. Non può essere insensibile a questo tipo di richiami Steven Spielberg, uno dei principali fautori della grandeur hollywoodiana contemporanea, signore assoluto delle grandi produzioni, sebbene in leggera decadenza nell’ultimo decennio. Argomento scelto dallo Spielberg-autore è la battaglia di uno dei Presidenti più carismatici degli USA, Abraham Lincoln, a favore dell’abolizione dello schiavismo, il celebre Tredicesimo Emendamento che fu approvato poco prima della risoluzione della quadriennale Guerra di Secessione. Come base, lo sceneggiatore Tony Kushner parte dal saggio storico di Doris Kearn Goodwin Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln, che ricostruisce la serie di stratagemmi, alleanze e compravendite di voti che portarono il Presidente a mettere d’accordo gli inconciliabili Democratici e Repubblicani nell’approvazione all’Emendamento. Uomo di spettacolo di professione, Spielberg non delude nella messa in scena, e la sua ricostruzione degli Stati Uniti di fine XIX secolo è una delizia per gli occhi: costumi, scenografie, trucco degli interpreti principali, tutto è teso a ricreare nel dettaglio gli uomini e le (poche) donne che hanno dato nuova linfa alla storia americana, riportando alla vita il contesto geografico e sociopolitico in cui si muovevano con notevole perizia filologica. L’impianto della narrazione, poi, si sposta spesso e volentieri sul teatrale, dando rilevanza alla bella sceneggiatura di Kushner e valorizzando le interpretazioni dei protagonisti, specie di Daniel Day-Lewis, semplicemente perfetto nei panni di Lincoln, e di una bravissima Sally Field, cui spetta l’ingrato compito di incarnare l’isterica ed insopportabile First Lady Mary Todd. Quello che risulta praticamente impeccabile sul piano estetico, però, delude su quello tematico: la ricostruzione storica delle motivazioni della Guerra di Secessione è semplicistica e fallace, si limita alla semplice attribuzione di velleità schiaviste al Sud e di impeti affrancatori al Nord, sorvolando sulla complessità dei rapporti economici con l’Europa che contrapponeva di conseguenza un’impostazione protezionista degli Unionisti industriali e liberoscambista dei Confederati agricoli; anche la figura di Lincoln, per quanto sotto molti aspetti smitizzata, rimane rigorosamente idealizzata nella sua ferma opposizione alla schiavitù, posizione storicamente attribuitagli dalla propaganda avversaria che il Presidente si trovò cucita addosso senza troppa convinzione. Quello che davvero sconcerta nella rivisitazione spielberghiana, però, è l’aspetto etico: nella celebrazione della “morale dei padri”, il regista ripropone senza falsificazioni di sorta corruzioni, inganni, compravendita di voti, e perfino l’infamante “presa in ostaggio della pace” per guadagnare tempo per la votazione al Congresso, ma presenta il tutto come un vero e proprio inno ad una concezione etica relativista, una celebrazione de “il fine giustifica i mezzi” la cui valenza esemplare rimane quantomeno dubbia. Anche l’intransigente Thaddeus Stevens di Tommy Lee Jones perde tutta la propria carica etica, prima arrivando ad umilianti (e non necessari) compromessi con i propri convincimenti morali, poi con la rivelazione, da ultimo, di un interesse strettamente personale che mina la valenza universale dei messaggi di cui si fa portavoce, una ricaduta nella dimensione piccolo-borghese che annienta qualsiasi vero umanesimo. Lincoln si muove tra un orrore e l’altro, presenta come eroico il sacrificio di giovani vite ad un programma politico, tace sapientemente gli aspetti più complessi di una evoluzione sociale riducendola ad una lotta buoni-cattivi (salvo poi preferire tonalità grigie al millantato bianco/nero), celebrando una tipologia di politica che, se presa ad esempio della contemporanea, non può che sconcertare. Il film si conclude in un trionfo di insopportabile retorica, con la figura di Lincoln (peraltro impegnato in uno dei discorsi più reazionari e veterotestamentari del suo arsenale) incorniciata in una fiamma che continua ad ardere, lo spirito di una Nazione che non muore assieme all’individuo. Semplicemente agghiacciante.

TITOLO ORIGINALE: Lincoln

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