SKY CINEMA CULT HD, 24.00: Nymph()maniac

Nymp()maniacNYMPH()MANIAC di Lars von Trier. Con Charlotte Gainsbourg, Stacy Martin, Stellan Skarskgård, Shia LaBeouf. Danimarca, Germania, GB, Belgio, 2013. Drammatico.

Terzo film dell’ideale Trilogia della depressione di von Trier, Nymp()maniac ha vinto ventisei premi internazionali, ed ha ricevuto altre quarantuno nomination. Una donna, Joe, viene trovata svenuta e sanguinante in un vicolo da un tranquillo pensionato, Seligman, che la porta in casa propria per curarla ed accudirla. Joe afferma di essersi meritata quanto successo presentandosi come una persona crudele ed egoista, e quando Seligman afferma di non credere alla crudeltà, la donna decide di raccontargli la propria storia. Joe è una ninfomane, che ha sistematicamente boicottato ogni relazione nella propria vita: la sua storia, dal rapporto col padre alla scoperta del sesso, dall’amore maledetto per il bel Jerome alla relazione semi-materna con P., viene sottoposta al giudizio di Seligman, che non sarà affatto quello che Joe si aspetta.

Dopo Antichrist Melancholia, il danese Lars von Trier porta a termine la propria Trilogia della depressione, firmando quello che è stato annunciato come il suo film più scandaloso e sconvolgente (il che è tutto dire, considerato i precedenti). Ovviamente, lo scandalo è più che limitato, specie a confronto con l’intera filmografia del regista, e l’indignazione popolare non fa altro che portare utile pubblicità all’ultima fatica dell’autore. Diviso in due per ragioni di pura distribuzione, peraltro con discutibile efficacia e dubbia necessità, Nymph()maniac è una degna conclusione al viaggio mentale, culturale, fisico e filosofico che von Trier ha avviato all’interno dei più angoscianti abissi della mente umana, particolarmente in quella femminile. Sorprendentemente, il finale della riflessione di von Trier non è quella che ci si aspetterebbe, e pur con la consueta cattiveria e crudeltà nei confronti dei propri personaggi (ma anche del pubblico), la disamina dell’autore danese si apre ad un certo ottimismo, un accenno forte quanto basta a lasciare intuire un cambio di prospettive in corso. La storia ruota attorno a Joe, una protagonista incarnata da Stacy Martin, prima, e da Charlotte Gainsbourg, poi, una donna che incarna le ossessioni, le ansie, le patologie, le insicurezze di von Trier stesso: pur avendo per le mani un personaggio squilibrato e dichiaratamente cattivo come Joe, però, von Trier smorza la sua usuale misoginia, ed evita la caduta nelle solite rappresentazioni isteriche e sopra le righe sia della propria protagonista che delle comprimarie (con l’unica eccezione di Mrs. H, una Uma Thurman in un ruolo fortunatamente marginale che risulta esclusivamente irritante); la Gainsbourg, donna con un nome maschile che abbraccia però totalmente (anche troppo) la propria femminilità, concilia in sé il principio razionale e quello istintuale, la mente ed il corpo, in una pacificazione del conflitto che in Antichrist si rivelava letale e che anche qui, fatalmente, sacrifica la sfera emotiva. La storia di Joe diventa pretesto per una esposizione simbolica che non diventa mai pedante, un concentrato di filosofia e psicanalisi che appassiona e coinvolge, debole solo sul versante teologico (il “capitolo 6” del film rimane il più superficiale e volontariamente fallace), una discesa nei disagi di una psiche malata che abbraccia simbolismi primordiali, cultura alta e bassa, saggezza popolare ed illusioni autoassolutorie, in un frullato colto, meditato e sorprendentemente piacevole nella propria narrazione. L’aspetto più inaspettato rimane la visione di insieme che emerge dalla crudezza e dalla freddezza del confronto tra la Gainsbourg, prima carnefice di se stessa, e l’improbabilmente pacato confessore Stellan Skarskgård, con von Trier che appare finalmente pronto a mostrare un po’ di indulgenza ed a perdonar(si?), in un’ottica capace di relativizzare un “peccato assoluto” alla luce di quello che è principalmente un “peccato sociale”, distinguendo uno sguardo oggettivo dallo stigma dell’opinione comune. Il veicolo della malattia è, ancora una volta e più di prima, il sesso, inteso come elemento primario dell’alienazione: la sessualità, strumento primario di contatto, si fa patologico al momento in cui diventa invece causa e conseguenza di distanza, manifestazione esteriore di un’umanità divisa in se stessa. La donna è nuovamente carnefice e vittima nel medesimo processo di creazione e distruzione, capace di dare vita e felicità e di toglierle con altrettanta facilità, ma solo in conseguenza di una malattia personale e sociale che sacrifica il principio femminile in primo luogo. In Nymph()maniac il sesso è indubbiamente esplicito, morboso e disturbante, ma mai gratuito: ogni sequenza è pensata in maniera funzionale ad una storia di malattia fisica, mentale e spirituale, in un doloroso percorso di disperata redenzione che passa inevitabilmente attraverso il medium del corpo. La regia precisa e chirurgica di Lars von Trier fa il resto, muovendo abilmente attori del calibro di Willem Dafoe e Udo Kier, mischiando in un’ansiogena colonna sonora Beethoven ed i Rammstein, Wagner ed i Talking Heads, in una cacofonia sonora e visiva che non può lasciare indifferenti, nel bene e nel male. Piaccia o meno, uno dei film più interessanti (e pensati) degli ultimi anni.

TITOLO ORIGINALE: Nymph()maniac

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