PREMIUM CINEMA 2 HD, 18.49: La grande abbuffata

la-grande-abbuffataLA GRANDE ABBUFFATA di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret. Francia, Italia, 1973. Drammatico.

Quattordicesimo film di Marco Ferreri, La grande abbuffata ha vinto il premio FIPRESCI a Cannes ed un Goldene Leinwand, ed ha ricevuto una candidatura alla Palma d’Oro. In una villa parigina, il grande chef Ugo, il produttore televisivo di successo Michel, il pilota d’aereo Marcello e l’importante magistrato Philippe si dedicano a un imponente banchetto, con portate elaboratissime e porzioni pantagrueliche. I quattro uomini, però, non hanno propriamente intenzione di godersi la vita: il loro intento, infatti, è quello di suicidarsi col cibo, lanciandosi in una malsana abbuffata che non conosce sosta. Dopo aver coinvolto una maestrina e tre prostitute nel banchetto, i quattro continuano nella loro spirale autodistruttiva…

Dopo aver diviso critica e pubblico con il misogino e satirico La cagna, Marco Ferreri torna al cinema con un’altra pellicola che è entrata negli annali per censure, levate di scudi e attacchi, un’altra dissacrante provocazione pensata e realizzata per suscitare scandalo, riuscendo peraltro benissimo nell’intento. La grande abbuffata è un attacco a testa bassa alla società borghese, ai suoi simboli ed ai suoi miti, che vengono demoliti nel modo più disturbante e disgustoso possibile. I quattro protagonisti che si ritrovano in una villetta fuori Parigi (la realmente esistente villa di Nicolas Boileau, nell’Auteuil) per il suicidio collettivo più elaborato e lungo di sempre rappresentano ognuno un archetipo, un potere o un ideale della società borghese: Ugo Tognazzi, chef dal matrimonio in crisi, incarna il benessere nella sua forma più sfarzosa e lussuosa, padrone di un ristorante a cinque stelle in cui un pasto costa più di un appartamento; Michel Piccoli, produttore annoiato e oberato, incarna non solo e non tanto l’arte come “svago per ricchi”, quanto piuttosto la televisione, che l’arte svende e snatura in un teatrino onnipresente e onnipervasivo; Marcello Mastroianni, pilota donnaiolo e ninfomane, è un personaggio che pare uscito da un romanzo d’appendice, (anti)eroe romantico che porta con sé la sete di avventure, amori e viaggi di un’intera classe sociale; Philippe Noiret, importante magistrato trattato come un bambino da una balia freudianamente oppressiva, è infine il potere legislativo, braccio armato della società borghese, che tutto regola e tutto giudica. I quattro, presi insieme, arrivano a rappresentare la totalità della società borghese contemporanea, impegnata in un’impresa epica di ingozzamento senza sosta che è lo sfrenato consumismo del post-boom, e che va inevitabilmente verso un’autodistruzione sistematica; perfino la figura femminile (la materna e felliniana Andréa Ferréol), iconograficamente portatrice di vita, diventa qui latrice di morte e sostegno al suicidio collettivo. Ferreri dirige senza ritrarsi mai dallo scabroso, e dipinge un affresco grottesco e surreale, in cui luoghi affascinanti e bellissime portate finiscono per essere causa di nausea e repulsione invece che attrarre, mettendo in scena un mal de vivre contagioso e morbosamente affascinante. La rappresentazione grafica è a tratti semplicemente stomachevole, ed i giochi col cibo iniziali vengono presto rimpianti quando il banchetto degenera in un tripudio di flatulenze e di cessi intasati che esplodono, con un autocompiacimento che serve esclusivamente a nutrire la sete di scandalo di Ferreri. Eccessi stilistici a parte, però, è innegabile che l’orgia di cibo e sesso di Tognazzi, Piccoli, Mastroianni e Noiret non è un gioco fine a se stesso, e che la satira sociale che la accompagna è un messaggio di sicura efficacia e di indubbio effetto: piaccia o non piaccia, La grande abbuffata è comunque un buon esempio di film-denuncia, una satira graffiante e spietata che arriva esattamente dove l’autore voleva arrivasse.

TITOLO ORIGINALE: La grande bouffe

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