SKY CINEMA CULT HD, 04.55: Taxi Teheran

taxi-teheranTAXI TEHERAN di Jafar Panahi. Con Jafar Panahi, Hana Saeidi, Nasrin Sotoudeh. Iran, 2015. Drammatico.

Ottavo lungometraggio di Jafar Panahi, Taxi Teheran ha vinto sette premi internazionali, tra cui un Orso d’Oro, ed ha ricevuto altre sei nomination, una delle quali ai César. È un giorno come gli altri a Teheran: i cittadini si muovono freneticamente da un punto all’altro della città per svolgere le proprie faccende, per andare a lavorare, per tornare a casa. Qualcosa di diverso, però, c’è: uno dei taxi che circolano per la capitale iraniana è infatti guidato dal regista Jafar Panahi, che filma i propri avventori e lascia che questi raccontino la propria storia. Attraverso i viaggi in taxi, emerge così un Iran fatto di speranze, contraddizioni, repressioni, vita.

La storia di Jafar Panahi è piuttosto nota: in seguito ai suoi film di forte denuncia sociale e ad alcune interviste con giornalisti stranieri in cui il regista criticava aspramente alcuni aspetti del regime iraniano, la corte di giustizia lo ha condannato prima a sei anni di prigione, poi agli arresti domiciliari, convertendo poi il tutto in un divieto tassativo di lasciare il paese, mantenendo però fermo un divieto ventennale di girare altri film. La risposta di Panahi è stata This Is Not a Film, girato interamente in casa propria mentre era ai domiciliari, e successivamente Closed Curtain, realizzato interamente in case di amici. Taxi Teheran è il terzo “non film” che Panahi realizza dopo il divieto, una pellicola clandestina girata con tre piccole telecamere piazzate sul cruscotto ed ai lati dei sedili posteriori di un taxi. Inizialmente, il progetto doveva essere una vera e propria successione di candid, con abitanti ignari filmati mentre discorrevano in quello che credevano essere effettivamente un taxi; da un punto di vista legale, però, la cosa sarebbe stata decisamente complessa, oltre che rischiosa per chiunque fosse apparso nel film a causa delle repressioni di regime; in Taxi Teheran, quindi, appaiono una serie di attori non professionisti (comunque rimasti anonimi, e accreditati collettivamente come “la gente di Teheran”) che interpretano se stessi, gente comune in una giornata comune, parlando del più e del meno e offrendo così, con grande naturalezza, un impressionante spaccato dell’Iran contemporaneo. Panahi, raramente riconosciuto dagli “avventori”, ascolta, accetta confidenze, molto di rado commenta, preferendo, da bravo regista, che siano gli attori ad esprimersi il più liberamente possibile, come possono fare giusto nell’abitacolo di un taxi, lontano da orecchie indiscrete. Sui sedili posteriori si alterna una grande varietà umana, dall’uomo conservatore che difende la pena di morte alla donna progressista che la aborre, da un giovane che si guadagna da vivere piratando film proibiti dalla censura a due vecchie signore che portano a giro una vasca di pesci rossi (reminiscenza de Il palloncino bianco), un uomo ferito che vuole modificare il testamento per permettere alla moglie di ereditare nonostante la legge che lo proibisca (in linea con Il cerchio) e un ragazzo che sopravvive con quello che trova per strada (in qualche modo simile al protagonista di Oro rosso), fino alle uniche due persone identificabili del film, la nipotina di Panahi Hana Saeidi, che è poi quella che è andata a Berlino a ricevere il premio al posto dello zio (e che ricorda la bambina de Lo specchio), e l’avvocato-attivista per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, con cui il regista discute dell’arresto di Ghoncheh Ghavami (riecheggiando Offside). Ogni personaggio che entra nel taxi di Panahi è, in un certo senso, un personaggio dei suoi film precedenti, espediente che permette al regista di affermare una volta di più come il suo cinema non sia “propaganda anti-patriottica”, come è stato accusato, ma un modo di dare voce alla gente comune che abita l’Iran di oggi, un ritratto fedele di una realtà fin troppo spesso messa a tacere. Una dichiarazione d’amore al proprio cinema, al proprio paese e soprattutto al popolo che lo abita, Taxi Teheran è un manifesto forte e coraggioso di un artista che non si lascia limitare, e che asseconda invece l’impulso di creare quanto più questo è minacciato e avversato: libertà di parola e d’espressione, condensata in una docufiction leggera ma incisiva.

TITOLO ORIGINALE: Taxi

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