AL CINEMA: Autopsy

AUTOPSY di André Øvredal. Con Emile Hirsch, Brian Cox, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton. USA, 2016. Horror.

Terzo film di André Øvredal, Autopsy ha vinto cinque premi internazionali, ed ha ricevuto altre nove nomination, una delle quali ai Saturn Award. In una piccola cittadina della Virginia, Tommy Tilden e suo figlio Olden sono i locali medici legali. Una sera, lo sceriffo Burke porta loro da esaminare il corpo di una giovane donna sconosciuta, rivenuta sulla scena di un triplice omicidio. Padre e figlio si mettono al lavoro, ma appare da subito chiaro che il corpo della “Jane Doe” ha qualcosa di strano, e via via che i due procedono con l’autopsia, fatti altrettanto strani si susseguono nell’obitorio. Quando una violenta tempesta taglia i Tilden fuori dal mondo esterno, padre e figlio rimangono soli, al buio, in compagnia di un cadavere non proprio inerte.

Il norvegese André Øvredal, dopo l’esordio Future Murder ed il cortometraggio Costumer Support, si era fatto notare a livello internazionale grazie all’ambizioso Trollhunter, una produzione peraltro notevole considerati gli standard del cinema norvegese. Alla sua prima esperienza negli Stati Uniti, impressionato da L’evocazione – The Conjuring di James Wan, Øvredal insiste per dirigere un horror sulla stessa falsariga, adottando un copione scritto nel 2012 da Ian Goldberg e Richard Naing. Con un budget ridotto ed uno script solido, Øvredal ha l’occasione di firmare un film che unisca una sensibilità da regista europeo, in più semi-esordiente con più idee che mezzi, ed un gusto tutto americano per lo spettacolo; il risultato non delude, e Autopsy si rivela una piccola perla di genere, che segue i canoni dell’horror senza risultare per questo del tutto prevedibile. La storia si apre su una scena del delitto affrontata in stile CSI e prosegue in un obitorio costruito nel seminterrato di una casa privata, in un approcciarsi alla morte del tutto asettico e scientifico, privo di morbosità o di emotivismi; da qui prende avvio una spirale di orrore, tra trovate “classiche” ed altre decisamente originali, che portano invece la morte stessa ad assumere toni molto meno medici e più “sanguigni”, una sorta di vitalistica svalutazione del paradigma neopositivista che si infrange impietosamente contro un male che dal passato continua a influenzare il presente. La tensione si gioca tra i due protagonisti, l’anziano padre Brian Cox (che qui rimpiazza Martin Sheen, originariamente scritturato per la parte) ed il figlio ribelle Emile Hirsch, in una rappresentazione della vita di provincia americana che risponde pienamente all’immaginario collettivo, e che viene immancabilmente triturato dal grande rimosso che è all’origine proprio della tranquilla vita di provincia fatta di villette a schiera e di attività trasmesse di padre in figlio. Attraverso l’ombra e il mito delle streghe di Salem, Øvredal reinserisce prepotentemente una colpa collettiva nell’intimità della famiglia che ne è derivata, facendo emergere traumi, contrasti, dissapori e disaccordi tra i due protagonisti, soli di fronte ad un orrore senza precedenti, un corpo che è catalizzatore e magnete di mostruosità agghiaccianti (la campanella che suona nel corridoio è materiale da incubi). Olwen Kelly è quella che si assume il compito più difficile, e che riesce perfettamente nell’impresa di trasformare un cadavere per definizione inerte in un villain di inaspettato spessore, con una fissità (e un’apnea…) mantenuta con una disciplina da maestra di yoga che riesce a trasmettere una snervante e terribile malizia. Øvredal smembra il santuario (ancora) inviolabile della famiglia americana scaricando biblicamente le colpe dei padri sui figli, e lo fa con un horror più attento a un’atmosfera da thriller piuttosto che ad effetti splatter che pure non fanno sentire la propria mancanza, riconducendo la paura alla dimensione primordiale del buio e della solitudine, di un rumore dietro l’angolo e di un inseguitore invisibile. Decisamente una bella sorpresa.

TITOLO ORIGINALE: The Autopsy of Jane Doe

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