AL CINEMA: Elle

ELLE di Paul Verhoeven. Con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Anne Consigny, Charles Berling. Francia, Belgio, Germania, 2016. Thriller.

Tratto dal romanzo Oh… di Philippe Djian, Elle ha vinto cinquantacinque premi internazionali, tra cui due César, ed ha ricevuto altre settanta nomination, una delle quali agli Oscar (Migliore Attrice Protagonista alla Huppert). A Parigi, una donna viene aggredita e stuprata nella propria villa: è Michèle Leblanc, ricca produttrice di videogame, figlia di un noto serial killer che sta scontando l’ergastolo. Michèle non contatta la polizia, non parla di quanto accaduto con gli amici, non pare essere stata traumatizzata dalla violenza, decide invece di continuare la propria vita come sempre, tra un ex marito emotivamente fragile ed un figlio idiota che la sta per rendere nonna, un amante insensibile che è anche il marito della sua migliore amica, un vicino affascinante che vuole sedurre e un corteggiatore infantile sul luogo di lavoro…

Paul Verhoeven mancava dalle sale ormai da dieci anni, da Black Book (escludendo il progetto sperimentale a più mani Tricked del 2012), ma era già da diversi anni che il regista olandese stava cercando un modo per portare sullo schermo il controverso Oh… del franco-armeno Philippe Djian. Inizialmente pensato per una produzione statunitense, il copione presentava tratti moralmente problematici per il mercato americano, e la prospettiva di un continuo scontro con la censura portò nel 2014 Verhoeven a portare il proprio progetto verso un cinema decisamente meno eticamente restrittivo come quello francese. Il regista torna così in Europa, e porta al cinema il proprio Elle (semplicemente “lei”, una donna che diventa quasi portavoce dell’intero genere) con una coproduzione franco-belga-tedesca. La storia è l’audace e disturbante parabola di Michèle, una donna di potere interpretata da una straordinaria Isabelle Huppert che affronta un’esperienza di stupro rifiutandosi di lasciare che questa influenzi in qualunque modo il resto della sua vita, tornando a lavoro e proseguendo nelle proprie relazioni come se niente fosse successo. Se l’assunto di per sé non presenta alcuna particolare novità né, tutto sommato, elementi di per sé scabrosi o controversi, la cosa cambia radicalmente quando si va ad esaminare a quale tipo di vita e di relazioni Michèle ritorna: sul lavoro, la donna è un capo tirannico e autoritario, detestata da alcuni (Lucas Prisor) e adorata/sognata da altri (Arthur Mazet); ha apparentemente un buon rapporto con la migliore amica (Anne Consigny) ma la tradisce col marito di lei, un amante gretto, insensibile ed egoista (Christian Berkel); ha tagliato ogni ponte emotivo con l’ex marito (Charles Berling) ma ne è gelosa e tenta di sabotare la sua nuova relazione (Vimala Pons); ha una madre ancora in vita (Judith Magre) e condivide con lei un passato traumatico, ma la disprezza cordialmente e non perde occasione per umiliarla in pubblico; ha un figlio non esattamente intelligente (Jonas Bloquet) che non riesce ad amare e detesta cordialmente la di lui compagna (Alice Isaaz); ha, infine, una coppia di giovani sposi come vicini (Laurent Lafitte e Virginie Efra) con cui pare voler intrattenere buoni rapporti di amicizia, salvo poi puntare a sedurre lui. Michèle è un’isola emotivamente arida all’interno di un arcipelago di menzogne, meschinità, cattiverie e ipocrisie che lei stessa ha costruito, un contesto di cui lei è algida e crudele regina e in cui decide della vita e della morte di tutti i suoi sudditi. Lo stupro diventa del tutto marginale nella sua vita solo nella misura in cui lei non ha ancora trovato modo di farlo proprio, di controllarlo e di farlo rientrare negli ingranaggi delle relazioni disfunzionali che ha costruito, cosa che riuscirà poi immancabilmente a fare via via che il giallo sull’identità dell’assalitore mascherato si dipana. Verhoeven filma con innegabile maestria, fa crescere la tensione attraverso una serie di colpi di scena imprevedibili che svelano e rivelano le ipocrisie ed i rimossi. In Elle non si vede altro che il mondo creato da Michèle, un mondo in cui tutti sono, a diversi livelli, dipendenti da lei, stupratore compreso, burattini che lei muove in una scacchiera emozionale guidata da una fredda crudeltà: più che una parabola femminista su una donna potente che sceglie di reagire, emerge al contrario un quadro di soffocante misoginia, in cui se la protagonista si erge vittoriosa dal confronto con chi le sta intorno è solo perché si rivela più spietata e maligna di chiunque altro, in un trionfo di cattiveria che non lascia spazio a niente di esterno all’un universo egocentrico e autoreferenziale da lei creato. Disturbante, provocatorio, indubbiamente ben realizzato, Elle colpisce e interroga…ma non è detto che piacciano le risposte che seguono.

TITOLO ORIGINALE: Elle

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