SKY CULT HD, 21.05: Gli invisibili

GLI INVISIBILI di Oren Moverman. Con Richard Gere, Ben Vereen, Jena Malone, Kyra Sedgwick. USA, 2014. Drammatico.

Terzo film di Oren Moverman, Gli invisibili ha vinto il FIPRESCI al Toronto International Film Festival. George è un senzatetto che vive a New York, e che cerca di sopravvivere giorno per giorno tra rifugi di fortuna, carità dei passanti e programmi statali. La sua vita è un disastro: un tempo un uomo “normale”, ha perso il lavoro, ha perso la casa, ha divorziato dalla moglie, ha perso l’affidamento della figlia Maggie, che ora lo odia. Dopo un periodo di “blackout”, George fa il punto della propria situazione, e attraverso l’incontro con un altro senzatetto, il logorroico Dixon, prova a rimettere in sesto quel poco che può di un’esistenza che ormai si è ridotta a mera sussistenza, separata da tutto e tutti.

Era da tempo che Richard Gere aveva in mente il progetto che sarebbe diventato poi Gli invisibili, ma è riuscito a realizzarlo solo al momento in cui la sua idea ha incontrato l’israeliano Oren Moverman, giornalista, regista e sceneggiatore, che l’ha aiutato a portarla sullo schermo. Più che un film, quello di Moverman è un vero e proprio esperimento sociale, una pellicola che vuole dare voce agli invisibili del titolo italiano (quello originale, Time Out of Mind, letteralmente “un tempo più lungo di quanto si possa ricordare”, fa riferimento all’omonima canzone di Bob Dylan), puntando a dimostrare come la nutrita popolazione di senzatetto sia, di fatto, una presenza ignorata, sgradita ed evitata nella società occidentale, e lo fa nel modo più efficace e provocatorio possibile: si prende un divo universalmente conosciuto e amato come Richard Gere, lo si trucca da barbone e lo si lascia girare per un’affollatissima New York, filmando in tempo reale le reazioni dei passanti. Reazioni che non ci sono. Gli invisibili si muove su un doppio binario: da una parte il film vero e proprio, la narrazione di una vita a pezzi che tenta faticosamente di rimettersi insieme, probabilmente troppo tardi; dall’altra riprese clandestine, quasi delle candid girate ai danni dei newyorchesi (ma avrebbe potuto essere qualunque altra città americana o europea), che riprendono a distanza, in campi lunghissimi, Gere, calatissimo nella propria parte, che non solo non viene riconosciuto da nessuno, ma neanche viene guardato. Il divo dorme sulle panchine, chiede l’elemosina, mangia dalla spazzatura, tutto nel silenzio e nell’indifferenza generali, mentre il mondo continua la propria corsa frenetica nascondendo sotto il tappeto la vergogna vivente che i barboni rappresentano, la testimonianza in carne ed ossa del fallimento del sogno americano e della bugia che il mito della società del benessere si porta dietro. La regia si adatta a entrambe le anime del film, e Moverman preferisce tenersi sempre a distanza, quasi ad incarnare lo sguardo di uno spettatore che preferisce non “contaminarsi”, anzi, privilegiando riprese che inquadrano i protagonisti da dietro un vetro o da angolature innaturali interrotte da ostacoli urbani. Gere si cala perfettamente nella parte e risulta inaspettatamente credibile in un ruolo così lontano dal divo patinato che è sempre stato, ma anche gli attori secondari colpiscono per la propria capacità di sparire nei propri personaggi (praticamente irriconoscibile Steve Buscemi), diventando parte del contesto urbano con pochissime eccezioni (il malinconicamente divertente Dixon di Ben Vereen buca lo schermo). I ritmi sono lenti e sontuosamente noiosi, tali da lasciare entrare anche il pubblico all’interno del tempo liquido dei protagonisti, uno scorrere diacronico che perde ogni significato o valore e che scivola su un’esistenza “parallela” a quella ordinaria senza influire minimamente sulla sua natura. Come film preso in senso canonico, Gli invisibili ha limiti evidenti, si dilunga troppo sui dettagli, fa inciampare la narrazione su tempi morti continui, e presenta una certa arroganza autoriale di fondo che non facilita l’empatia; come esperimento sociale, però, colpisce, provoca, stimola, stupisce, in un atto d’accusa nemmeno troppo velato che, davvero, riesce a dare voce a chi è per definizione inascoltato, ignorato, rimosso dalle coscienze. A conti fatti, un esperimento riuscito.

TITOLO ORIGINALE: Time Out of Mind

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