STUDIO UNIVERSAL, 23.05: Labyrinth – Dove tutto è possibile

LABYRINTH – DOVE TUTTO È POSSIBILE di Jim Henson. Con Jennifer Connelly, David Bowie, Brian Henson, David Shaughnessy. GB, USA, 1986. Fantasy.

Undicesimo film di Jim Henson, Labyrinth – Dove tutto è possibile ha ricevuto una nomination ai BAFTA, due ai Saturn Award ed una agli Hugo. Sarah è una ragazza che vive male la separazione dei genitori e la nascita di un nuovo fratellino, Toby, dal padre e dalla matrigna, e si rifugia continuamente in un mondo di fiabe. Costretta a fare da babysitter al piccolo Toby, esasperata dal pianto del bambino, Sarah usa una delle sue storie preferite per spaventarlo, chiedendo a gran voce che il Re dei Goblin porti via il bambino…cosa che però accade davvero. Rosa dal senso di colpa, Sarah accetta la sfida del Re dei Goblin: raggiungere entro tredici ore il centro di un labirinto incantato e recuperare il bambino prima che diventi uno gnomo. Le insidie, però, non mancheranno…

Jim Henson, creatore dei Muppets, aveva fondato nei primi anni Ottanta la propria casa di produzione, la Jim Henson Company, ed aveva esordito nel 1982 con Dark Crystal, un fantasy bizzarro popolato da pupazzi parenti stretti di Kermit e compagni, con toni inaspettatamente oscuri. Per il secondo film del proprio studio, Henson pensò di realizzare una fiaba più leggera del film precedente, utilizzando lo stesso stile folle e onirico, mantenendo ferma la presenza di creature animatroniche usate come personaggi principali accanto agli attori in carne ed ossa, ma cambiando toni e target. L’idea originale di Henson prevedeva semplicemente un bambino rapito dai Goblin, e fu con la collaborazione dello scrittore di libri per ragazzi Dennis Lee, dei Monty Python e del regista-sceneggiatore George Lucas che trasformò l’idea in Labyrinth – Dove tutto è possibile, ancora oggi il film più celebre, e probabilmente più amato, della Jim Henson Company. Jennifer Connelly è una novella Alice in un Paese delle Meraviglie bizzarro almeno quanto l’originale di Lewis Carroll, una Dorothy che attraversa una versione sotto acidi del Magico Mondo di Oz, accompagnata da una compagnia di curiosi pupazzi: l’avido gnomo Gogol di Brian Henson, il timido ma colossale Bubo di Ron Mueck, l’impavido cavaliere in miniatura Sir Didymus di David Shaughnessy (in sella al non proprio coraggioso cane Ambrogio), tutti uniti per risolvere la sfida di Jareth, il Re dei Goblin; proprio quest’ultimo è l’anima (e la salvezza) del film, un David Bowie chiaramente divertitissimo che, tra numeri musicali, giochi di prestigio ed uno stile inimitabile, porta in vita un personaggio iconico e affascinante. Henson dirige con un piglio visionario notevole, e oltre ai già citati Carroll e Baum e ad un’inconfondibile influenza da Maurice Sendak (Bubo pare uscito da Nel paese dei mostri selvaggi), riesce a infilare anche qualche citazione più colta, dalle geometrie impossibili di Escher a paesaggi surrealisti. L’avventura di Sarah nel labirinto del titolo potrebbe essere una favola di formazione, non fosse per uno spiccato gusto per il nonsense e il puro delirio onirico e per un finale che vanifica qualsivoglia crescita ribaltando le conclusioni canoniche con la giocosa follia che caratterizza l’intera pellicola. Con una trama ridotta all’osso, Labyrinth punta tutto sull’impatto visivo, e ricostruisce con effetti squisitamente artigianali un mondo di fantasia impossibile, incoerente, bizzarro ai limiti del comprensibile, in cui (come da tagline) niente è come sembra e gli autori si divertono a mandare in frantumi qualsiasi aspettativa come in uno dei giochi di prestigio di David Copperfield continuamente omaggiati da Bowie. Se si volesse seguire un qualsiasi filo logico in Labyrinth, lo spaesamento sarebbe totale, e non rimarrebbe altro che uno spiacevole retrogusto di nonsense privo di fascino narrativo che non è proprio l’ideale per una fiaba canonica; se si è disposti invece a lasciarsi trasportare dall’eccentricità immaginifica di Henson e dello sceneggiatore Terry Jones, il film è uno spettacolo continuo, una gioia per gli occhi che riserva qualche momento sinceramente inquietante (le scimmie scomponibili), altri inaspettatamente seducenti (il ballo con Jareth), e diversi del tutto trascurabili (la Palude dell’Eterno Fetore). Nel complesso, comunque, Labyrinth colpisce per una certa audacia nei sottotesti non proprio innocenti nel rapporto tra l’adolescente Connelly ed il suadente Bowie, e per una fantasia visiva folle quanto si vuole, ma indubbiamente efficace: nel bene e nel male, un cult.

TITOLO ORIGINALE: Labyrinth

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