IRIS, 11.45: L’allievo

L’ALLIEVO di Bryan Singer. Con Brad Renfro, Ian McKellen, Joshua Jackson, Heather McComb. USA, 1998. Thriller.

Tratto dal racconto Un ragazzo sveglio di Stephen King, L’allievo ha vinto sei premi internazionali, tra cui due Saturn Award, ed ha ricevuto altre sei nomination, quattro delle quali sempre ai Saturn. 1984: in una tranquilla cittadina californiana, il giovane e brillante Todd Bowden scopre che il suo anziano vicino, Arthur Denker, è in realtà Kurt Dussander, ex SS in fuga dalle autorità internazionali. Invece di denunciarlo il ragazzo, affascinato dalla violenza, comincia a ricattare il vecchio, promettendo il proprio silenzio in cambio di racconti dettagliati delle atrocità del nazismo e delle torture che lo stesso Dussander ha inflitto. Per quanto furbo, però, il ragazzo potrebbe aver trovato nel vecchio nazista un osso troppo duro da mordere…

All’interno della raccolta Stagioni diverse, il sempre prolifico Stephen King aveva dedicato il secondo racconto lungo (nella sezione chiamata appropriatamente L’estate della corruzione) alla morbosa storia di un ragazzo liceale affascinato dalle atrocità del passato, che ricatta un vecchio criminale di guerra nazista per farsi raccontare le mostruosità dei campi di sterminio in prima persona, in una gara di brutalità e cattiveria che lasciava il dubbio su chi dei due psicotici protagonisti fosse effettivamente più malvagio. Il racconto era stato acquistato già l’anno dopo la sua uscita, nel 1983, per una riduzione filmica, ma il produttore Richard Kobritz aveva dovuto mettere da parte il progetto a causa di una serie di sfortunate coincidenze (compresa la morte improvvisa di due attori scelti per la parte di Dussander). Nel 1995, fresco del successo de I soliti sospetti, Bryan Singer aveva chiesto a King i diritti per tentare una nuova trasposizione, e lo scrittore, da sempre più che felice di aiutare talenti emergenti, aveva aiutato il giovane regista ad acquisire i diritti e ad ottenere una produzione degna di questo nome. L’allievo è un thriller decisamente anomalo, che si diverte a prevedere le aspettative del pubblico per poi ribaltarle costantemente. Buona parte dell’efficacia dell’assunto si basa sul morboso e ambiguo rapporto tra i due protagonisti, due veri e propri mostri divisi da una barriera generazionale, culturale e geografica che si ritroveranno però molto più simili e vicini di quanto anche allo spettatore faccia piacere pensare: da una parte, Brad Renfro interpreta Todd Bowden, ragazzo decisamente più vecchio della propria controparte letteraria ma se possibile perfino più perfido, una figura squisitamente simbolica ma anche spaventosamente realistica che incarna il potenziale di male insito negli esseri umani in quanto tali, oltre che il fascino che la crudeltà da sempre esercita; dall’altra, Ian McKellen è un gigantesco Dussander, nazista in fuga che solo apparentemente si vergogna del proprio passato, ma che è pronto a rendere nuovamente incandescenti le braci coperte dalla cenere ma mai spente. Il rapporto tra i due è curiosamente paterno, con momenti quasi teneri che risultano perfino più disturbanti di quelli di conclamato odio reciproco, una relazione maestro-allievo che presto si trasforma in un’inquietante rivalità. Singer dirige in maniera curiosamente canonica, limitando gli esperimenti registici a poche scene ben piazzate (gli incubi sadomasochistici di Todd, la splendida sequenza dell’uniforme con McKellen che marcia sul posto) e lasciando perlopiù che sia la storia stessa a raccontarsi. È sulla sceneggiatura che Singer, aiutato da Brandon Boyce, introduce le scelte più audaci: pur invecchiando il protagonista per evitare prevedibilissime polemiche e tagliando buona parte della violenza del racconto (limitando per esempio a uno il numero di barboni uccisi), Singer capisce e abbraccia il cuore di tenebra della storia originale, e modifica il finale in modo da eliminare qualsiasi sospetto di pazzia per sostituirla con un Male perfettamente compreso e liberamente scelto, un espediente capace di turbare ancora di più un pubblico già messo alla prova dall’oscura pedagogia del protagonista. L’allievo mette in scena il Male in una forma “umana troppo umana”, attraverso un’analisi che non può prescindere dalla libera scelta e che mette lo spettatore di fronte ad un interrogativo scomodo dopo l’altro, in un thriller psicologico che tiene avvinti con la semplice forza di una scrittura solida e di interpretazioni allo stato dell’arte: con una realizzazione così, ben venga anche una regia “scolastica”.

TITOLO ORIGINALE: Apt Pupil

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