RICHIESTA: Lo scafandro e la farfalla

LO SCAFANDRO E LA FARFALLA di Julian Schnabel. Con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Anne Consigny, Marie-Josée Croze. Francia, USA, 2007. Biografico.

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Jean-Dominique Bauby, Lo scafandro e la farfalla ha vinto sessantasei premi internazionali, ed ha ricevuto altre novantasette nomination, quattro delle quali agli Oscar (Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura Non Originale, Migliore Fotografia, Miglior Montaggio). Jean-Dominique Bauby, direttore della rivista Elle, ha un ictus che lo manda in coma. Al suo risveglio, però, l’uomo scopre di essere affetto dalla “sindrome locked-in“, che lo rende completamente immobilizzato ma vigile, capace di comunicare solo attraverso i propri occhi. Non sarà facile per una persona attiva come Jean-Dominique venire a patti con questa nuova situazione…

Nel dicembre del 1995, il direttore di ELLE ebbe un ictus che rischiò di ucciderlo, e che finì invece col paralizzarlo completamente a causa di una sindrome locked-in, condizione estremamente rara per cui una persona del tutto vigile e cosciente si ritrova però imprigionata nel proprio corpo per la paralisi di ogni muscolo volontario. Grazie ad un complesso sistema di “comunicazione oculare”, l’uomo riuscì comunque a dettare la propria storia, che divenne un libro best seller. La Universal ne acquisì i diritti, e scritturò Johnny Depp per interpretare il protagonista, ma il progetto andò per le lunghe: la Universal perse i diritti e la francese Pathé subentrò, e anche Depp rinunciò al progetto per concentrarsi su Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo; da ultimo rimase solo il regista, Julian Schnabel, che riuscì a imporre la propria visione del film ed a sostituire l’inglese del copione originale col francese, lingua del libro, in modo da poter rendere più fedelmente la vicenda di Bauby. L’impresa, inaspettatamente, è riuscita, e Lo scafandro e la farfalla riesce a sorprendere sotto più punti di vista. Non è facile parlare di una malattia invalidante come quella di Jean-Dominique Bauby senza scadere nella facile retorica, nel paternalismo e nel pietismo, ma Schnabel aggira abilmente l’ostacolo forzando se stesso e il pubblico ad una scomodissima e a tratti sconvolgente soggettiva, che mette lo spettatore nella condizione di guardare passivamente la storia dagli occhi di Bauby, costringendolo cioè a vivere attraverso il medium cinematografico l’esperienza stessa del protagonista. Mathieur Amalric funge in qualche modo da intermediario, interpreta nei flashback un Bauby sano e iperattivo, chiuso in se stesso e presuntuoso, mentre racconta “il nuovo” Bauby nella sua malattia esclusivamente con la propria voce fuoricampo, una sorta di coro greco che commenta ciò che accade e accompagna il pubblico nell’universo onirico e immaginifico del protagonista, unica libertà rimasta ad un corpo diventato prigione, ma anche verso una apertura umana ed empatica resa inevitabile dalla malattia. Dalla depressione suicida alla paziente e dolorosissima costanza che portano Bauby a scoprire un nuovo modo di comunicare e quindi relazionarsi, Amalric dona una grandissima forza e dignità al proprio personaggio, nonostante il non indifferente limite di non poter muovere nemmeno un muscolo nell’interpretazione. Attorno al protagonista, e conseguentemente attorno al pubblico sempre bloccato in soggettiva, ruotano una serie di personaggi a metà tra il reale ed il sognato, dalla ex compagna premurosa alle pazienti operatrici sanitarie, dagli amici in visita ad uno straordinario e commovente Max Von Sydow (che, in maniera molto autoironica, si contempla allo specchio e proclama: “Non ne fanno più come me”: artisticamente parlando, più che mai vero), tutte comparse che assumono via via un ruolo fondamentale nell’universo di relazioni che Bauby faticosamente ricostruisce. Mai penoso, ma più che mai doloroso nella sua sensorialità mancata eppure così presente e concreta, Lo scafandro e la farfalla tocca temi estremamente delicati con una delicatezza unica, ammantata di uno squisito romanticismo che rende la narrazione inaspettatamente fluida e coinvolgente. Tra Lourdes e Berck-sur-Mer, una parabola di rinascita dal respiro profondo, che sfugge ogni ricatto morale con una regia quasi da documentarista. Decisamente interessante.

TITOLO ORIGINALE: Le scaphandre et le papillon

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