IRIS, 10.30: Uomini contro

UOMINI CONTRO di Francesco Rosi. Con Mark Frechette, Gian Maria Volonté, Alain Cuny, Franco Graziosi. Italia, Jugoslavia, 1970. Guerra.

Tratto dal romanzo Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu, Uomini contro ha vinto il Premio della Critica al Festival del Cinema di Venezia. Altopiano dell’Asiago, 1916: sul fronte con l’Austria, l’esercito italiano soffre le disumane condizioni della guerra di trincea, rese ancora peggiori dalla disorganizzazione e dalla gratuita brutalità degli alti ufficiali. Il giovane Sottotenente Sassu viene assegnato alla compagnia del Tenente Ottolenghi, veterano disilluso che mette costantemente in dubbio gli insensati ordini del Generale Leoni e del Maggiore Malchiodi. Dopo un primo momento di perplessità, Sassu comincerà a provare simpatia per le tendenze anarchiche di Ottolenghi…

Nel 1957, Stanley Kubrick aveva suscitato forti polemiche con il suo film anti-militarista Orizzonti di gloria, tanto che la distribuzione fu permessa in Francia (paese al centro della polemica della pellicola) solo nella seconda metà degli anni Settanta; nel 1970, Francesco Rosi si trova nella stessa, identica situazione con Uomini contro, riduzione del libro autobiografico Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu. Avversato in patria e all’estero, oggetto delle pubbliche denunce del Generale Giovanni De Lorenzo e sistematicamente boicottato dagli esercenti cinema, Uomini contro si presenta come una testimonianza vibrante e dolorosa della Prima Guerra Mondiale, ma anche e soprattutto come manifesto contro ogni guerra passata, presente e futura, sottolineandone sicuramente la crudeltà e la brutalità, ma anche l’intrinseca idiozia. Guardando ovviamente a Kubrick per quanto riguarda l’ambito cinematografico, ma anche a Rilke per quello letterario, Rosi mette in scena un fronte che è in sé una sorta di microcosmo, uno spaccato variegato di provenienze regionali, culture e ideologie che diventa una vera e propria “Italia in miniatura”, capace di includere ogni possibile rappresentanza. Dal nazionalista profondamente idealista, che crede alla propaganda bellica e si consacra al bene della Patria, al socialista anarcoide disilluso che non ha fiducia nei superiori e non si rassegna ad una guerra inutile e insensata, il film dà voce ad ogni posizione, sebbene in modo tutt’altro che imparziale, e le mette a confronto tra di sé e con una realtà che ha sempre e comunque l’ultima parola. Indipendentemente dalle ideologie e dai dialetti parlati, un elemento è comune a tutti i soldati, e Rosi non manca di sottolinearlo anche in maniera fin troppo diretta e retorica per quanto funzionale ed efficace: poveri e pezzenti fanno la guerra, mentre i ricchi comandano al sicuro da dietro le quinte e li mandano a morire, un elemento di lotta di classe già visto e risaputo, ma ripresentato con potente indignazione. Oltre ai simbolismi a volte ingombranti, Rosi tratteggia personaggi realistici e tridimensionali, che sanno trasmettere tutto il dolore, la stanchezza e l’esasperazione della guerra (militarmente parlando) più devastante della storia. L’idiozia dei comandanti in capo, tra le ridicole armature di ferro che trasformano i soldati in ferri da stiro con le gambe e i disumani e autolesionisti provvedimenti punitivi, non fa che peggiorare una situazione già di per sé invivibile, in una parodia che sarebbe comica se non costasse la vita di centinaia di persone. A distanza di cinquant’anni, Uomini contro perde in ritmo, risultando a tratti fin troppo lento per mantenere intatta l’indignazione che vorrebbe suscitare, e la predilezione del regista per istanze più strettamente marxiste piuttosto che pacifiste in senso lato a volte riducono la portata del messaggio, ma oggi come allora le sofferenze e le angherie subite dai soldati sull’Asiago raccontano e testimoniano molto, e l’appello alla pace di Rosi, anche passando attraverso la condanna quasi satirica dei professionisti della guerra, è più che mai benvenuto.

TITOLO ORIGINALE: Uomini contro

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