RAI4, 23.00: La prova

LA PROVA di Jean-Claude Van Damme. Con Jean-Claude Van Damme, James Remar, Roger Moore, Janet Gunn. USA, 1996. Azione.

Esordio alla regia di Jean-Claude Van Damme, La prova ha ricevuto una nomination ai Golden Reel Award. New York City, 1925: il ladruncolo di strada Chris Dubois viene venduto dal ricco contrabbandiere Lord Edgar Dobbs ad un maestro di arti marziali tailandese. Mesi dopo, l’acrobata è diventato campione di Muay Thai, e convince Dobbs ad accompagnarlo al Ghan-Gheng, un torneo segreto che si tiene nella Città Perduta in Tibet tra i più grandi campioni del mondo. Quando scopre che il premio in palio è una statua d’oro massiccio, Dobbs accetta, ma Dubois dovrà fingersi assistente del campione statunitense, il pugile Maxie Devine.

Nel 1988, l’artista marziale belga Jean-Claude Van Damme aveva ottenuto il suo primo, grande successo come attore interpretando il militare Frank Dux in Senza esclusione di colpi di Newt Arnold; a distanza di quasi dieci anni, Van Damme è un attore cult, e può finalmente esordire alla regia, con un soggetto estremamente simile a quello del suo vecchio successo (tanto da portare Dux a intentargli una causa per plagio). La prova si presenta come film per appassionati, un omaggio all’action da parte di chi sul genere ci ha costruito una carriera, e soprattutto una dichiarazione d’amore al mondo delle arti marziali. Il film inizia con qualche velleità nostalgica e autoriale che mal si adatta al tono generale, insegue atmosfere à la Sergio Leone e tenta una versione personalissima e piuttosto ridicola di C’era una volta in America, con il personaggio semi-autobiografico di Van Damme, povero immigrato francese che si guadagna da vivere con le proprie acrobazie, che si prende cura di una piccola banda di ladri bambini. Fortunatamente, l’incipit dura poco, e Dubois si ritrova presto clandestino su una nave presa d’assalto da Roger Moore in versione pirata, un dandy sbruffone e (auto)ironico che, sebbene l’attore sia stato coinvolto nel film solo per potersi pagare un nuovo divorzio, rimane probabilmente l’interpretazione migliore dell’intera pellicola. I vari coprotagonisti sono poco o punto rilevanti, limitati in numero e in influenza: James Remar, pugile inadeguato ma onesto, Janet Gunn, giornalista intraprendente, Jack McGee, truffatore incallito, sono tutti elementi di sfondo che niente aggiungono e niente tolgono all’assunto, peraltro estremamente scarno. Ancora meno profondità hanno gli antagonisti, dal sadico mongolo Khan di Abdel Qissi all’agile campione cinese di Peter Wong: quello che conta davvero, specie nel secondo tempo, sono le coreografie di arti marziali, riproposte con un discreto realismo e lasciate in mano ad espertissimi stuntmen che le rendono crude e affascinanti. Van Damme dirige il secondo tempo come una sorta di Mortal Kombat senza elementi soprannaturali (peraltro, numerosissimi gli elementi scenografici ed estetici in comune col film di Paul W. S. Anderson), mettendo in scena campioni di sumo, capoeira, kung fu, karate, pankrátion, savateur, muay thai e molto altro, una sorta di sfilata di stili e tecniche che se da un lato è una gioia per gli occhi per qualsiasi appassionato, dall’altro si risolve in una noia mortale per chiunque voglia semplicemente guardarsi un film. Con una sceneggiatura scritta su un fazzoletto e personaggi praticamente inesistenti, l’unico punto forte de La prova sono le complesse e filologiche coreografie, che spiccano come perla di action “duro e puro” nel vuoto cosmico di un film che non sa bene che direzione prendere per giustificare un torneo di arti marziali che è l’unica ragion d’essere dell’intera operazione. Per gli appassionati, una vera chicca, ma per chiunque cerchi qualcosa che somigli a un film, meglio cercare altrove.

TITOLO ORIGINALE: The Quest

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