PREMIUM CINEMA 2 HD, 11.11: Buone notizie

BUONE NOTIZIE di Elio Petri. Con Giancarlo Giannini, Ángela Molina, Aurore Clément, Paolo Bonacelli. Italia, 1979. Grottesco.

Ultimo film di Elio Petri, Buone notizie ha vinto un Globo d’Oro (Migliore Attrice Esordiente a Ombretta Colli). Un impiegato di una società televisiva è diviso tra un lavoro oppressivo che non ama e un matrimonio senza sbocco, che lo mette in perenne rotta con sua moglie Fedora. Un giorno un suo vecchio amico, Gualtiero, gli confida di essere in pericolo di vita, perennemente cacciato da non meglio specificati sicari. L’uomo non sa come accogliere la notizia, ma tenta di essere vicino all’amico…e alla di lui moglie, Ada, con cui inizia una passionale relazione.

Il romano Elio Petri è conosciuto più che altro per i suoi film a tema sociopolitico, da La classe operaia va in Paradiso Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ma verso la fine della sua carriera il suo stile si è radicalmente modificato, spostando il proprio interesse su argomenti di tipo più metafisico ed esistenziale. Buone notizie, l’ultimo film realizzato prima della morte nel 1982, è probabilmente l’esempio più lampante di questa curiosa inversione di rotta, oltre che indubbiamente il suo film più ermetico e di più difficile interpretazione. La storia è semplicemente assente, un incubo kafkiano che inanella una serie di episodi quasi incomprensibili ed angoscianti, incentrati su personaggi che ripetono all’infinito azioni totalmente insensate, ma considerate nella finzione narrativa del tutto normali. La scena è dominata da Giancarlo Giannini, un vero e proprio “uomo qualunque” (non a caso anonimo), impiegato in piena crisi esistenziale che non trova appigli né a livello professionale, né a livello affettivo, né a livello puramente logico, portando in scena un horror vacui spiazzante e disorientante; non sono però gli sfiancanti e presuntuosi monologhi di un pur bravo Giannini ad affascinare il pubblico (tutt’altro), quanto il surreale contesto in cui le sue numerose disavventure si svolgono, vera immagine dell’angoscia esistenziale che Petri vive e vuole trasmettere. La Roma abitata dai protagonisti è una metropoli decadente, invasa da quintali di rifiuti che nessuno pare notare, in cui la normale vita quotidiana viene continuamente invasa da improvvisi sprazzi di violenza che passano altrettanto inosservati, entrambi testimoni di un’indifferenza diffusa che non solo e non tanto rendono il mondo peggiore di quel che è già, ma minano alla base qualsiasi possibile relazione, in primis quella matrimoniale presentata già ad un notevole livello di sfascio. Anche le relazioni amicali si disintegrano in un trionfo di nonsense, così come quelle sessuali, in cui si tocca il vertice della distanza e dell’alienazione: il sesso è visto e vissuto come patologia, un elemento di disturbo psicofisico che non colma la distanza abissale tra le persone, ma se possibile la aumenta. Spunti interessanti, in Buone notizie, non mancano di certo, il problema sta tutto nello stile ormai eccessivamente ermetico di Petri, che si diverta a inanellare simbolismi, metafore e psicosomatismi artistici in un apologo (forse?) feroce verso l’età contemporanea (probabilmente) e verso la progressiva destrutturazione dell’io che ha reso la società un multiverso di monadi nevrotiche e angosciate; impossibile trovare un’interpretazione univoca, ma anche capire se i deliri metafisici di Petri abbiano o meno un senso, uno scopo, un obiettivo, o siano solo una collezione di provocazioni che puntano esclusivamente allo spaesamento di un pubblico affannosamente impegnato nella ricerca di una lettura che non c’è. Intelligente e a suo modo intrigante, Buone notizie è comunque un incubo pirandelliano di maschere, manie e malattie che sfugge con arroganza autocelebrativa qualsiasi confronto con lo spettatore: più un esercizio di autoanalisi che non di cinema in senso stretto.

TITOLO ORIGINALE: Buone notizie

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