RAI3, 03.00: Torneranno i prati

TORNERANNO I PRATI di Ermanno Olmi. Con Francesco Formichetti, Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Camillo Grassi. Italia, 2014. Guerra.

Tratto dal racconto La paura di Federico De Roberto, Torneranno i prati ha vinto quattro premi internazionali, tra cui un Globo d’Oro, ed ha ricevuto altre undici nomination. 1917: sull’Altopiano di Asiago, sul confine nord-orientale, le truppe italiane affrontano il rigore dell’inverno e della vita di trincea, abbandonati a se stessi nell’attesa di un attacco nemico che non arriva. Tra ordini contraddittori, ufficiali inetti ed una morte tanto inevitabile quanto inutile, i soldati sono sospesi in una vita immobile e fredda quanto il panorama circostante.

In occasione delle celebrazioni per il centenario dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, Ermanno Olmi ricorda a modo suo i caduti realizzando un film ambientato nella sua terra d’origine, sulle Alpi Vicentine. In parte ispirato a La paura di Federico Di Roberto, che nel 1921 ricorda “a caldo” i patimenti e l’insensatezza della guerra di trincea, Torneranno i prati segue la vita quotidiana di una divisione del Regio Esercito Italiano all’interno di trincee scavate tra fango e neve sull’Altopiano di Asiago. Da una parte, la (non) vicenda segue la scuola del neorealismo italiano, lasciando che ogni soldato identifichi se stesso e la propria provenienza con dialetti e accenti marcatissimi, tali da mettere alla prova la comprensione dello spettatore; dall’altra, invece, Olmi si sposta sul versante dell’astrattismo, sfruttando un’atmosfera onirica e surreale per dare l’impressione di una sospensione quasi esistenziale, trasformando le trincee in un “luogo dell’anima” che è un limbo senza tempo, congelato in un eterno presente. Non esistono protagonisti nell’opera di Olmi, ogni soldato è ricordato solo con il proprio grado, la guerra diviene una realtà talmente preponderante da cancellare anche i nomi di chi la combatte. L’aria crepuscolare, la fotografia oscura e opprimente, le voci sempre soffuse, il senso di attesa perenne che non si risolve mai in uno scontro, tutto nel film parla di morte, al punto che perfino i protagonisti, comunque condannati, sembrano essere già morti: il film diventa allora un testamento, una testimonianza sofferta e indignata in cui i morti stessi raccontano la propria stanchezza, l’esasperazione, il logoramento e l’umiliazione che hanno vissuto, ferma condanna a chi, al riparo e al caldo, li ha mandati a morire in una landa deserta e ostile. Anche il titolo, che potrebbe indicare una qualche forma di speranza futura, è in realtà manifesto di un disperato fatalismo: “torneranno i prati”, sì, e cancelleranno ogni traccia delle trincee e della neve, del ghiaccio e di chi vi è stato sepolto, ed anche sulla memoria dei sopravvissuti e dei non coinvolti scenderà l’oblio su quanto è successo, con un’era di pace che non vede l’ora di dimenticare gli orrori della guerra e i nomi di chi l’ha combattuta. Torneranno i prati è un omaggio malinconico e sofferto alla Storia ed ai suoi morti, un atto di scuse dovuto e un omaggio sentito e personalissimo, un manifesto di un grande regista pacifista che tenta di dare voce a una generazione perduta e sacrificata. Commovente.

TITOLO ORIGINALE: Torneranno i prati

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