PREMIUM CINEMA ENERGY, 16.16: La maschera del demonio

LA MASCHERA DEL DEMONIO di Mario Bava. Con Barbara Steele, John Richardson, Andrea Checchi, Arturo Dominici. Italia, 1960. Horror.

Tratto dal racconto Vij di Nikolaj Vasil’evič Gogol, La maschera del demonio ha ricevuto una nomination ai Rondo. Moldavia, 1630: la strega Asa Vajda è giustiziata dall’Inquisizione, ma non prima che riesca a lanciare una maledizione sull’intera regione. Due secoli dopo, due incauti viaggiatori risvegliano per errore Asa, tornata come vampiro. La strega intende prosciugare la vita della giovane Katia, ragazza di un paese vicino identica a lei, per diventare finalmente immortale; i due viaggiatori, i dottori Thomas Kruvajan e Andre Gorobec, tenteranno di fermarla.

Erano già due anni che il ligure Mario Bava “salvava” film abbandonati dal regista prima della fine delle riprese: prima La battaglia di Maratona di Jacques Tourneur, poi Caltiki il mostro immortale I vampiri di Riccardo Freda, sempre svolgendo un lavoro preciso, puntuale e inventivo. Finalmente, il produttore Nello Santi offrì a Bava l’opportunità di provare il proprio valore con un film interamente suo, con carta bianca su soggetto e casting; amante della letteratura russa, Bava decide di adattare il racconto Vij di Gogol, anche se da ultimo la sua sceneggiatura riprende dal classico solo l’ambientazione moldava e l’idea base di una strega che torna in vita secoli dopo la propria morte. Attingendo a un immaginario vicino agli horror Universal degli anni Trenta, Mario Bava inventa di fatto il gotico italiano, unisce atmosfere e stili per rivoluzionare quello che fino a quel momento in Italia era una sorta di “fantasy macabro” (peraltro ottenendo diversi problemi con la censura nostrana ed estera, scandalizzata da un gore fino a quel momento praticamente inedito). Barbara Steele è la regina assoluta de La maschera del demonio, donna genesi di vita e morte scissa nel doppio ruolo della malvagia strega Asa e della virginea e pia Katia, le due anime del femminino che si scontrano in una storia simbolica e avvincente, separate da opposte concezioni della donna che non possono che confliggere; non è un caso che gli uomini della vicenda siano marginali o al più stupidi: l’eroe ben poco incisivo di John Richardson, lo scienziato presto asservito alla strega Andrea Checchi, lo zombi succube Arturo Dominici, tutti vivono e muoiono in funzione della Steele (una qualsiasi delle sue incarnazioni), pupazzi senza fili agli ordini di una forza sempre sfuggente, incomprensibile alla scienza che la vuole catalogare come all’autorità religiosa del magistrale incipit che la vuole asservire e domare. Con un bianco e nero a tinte fortissime, che separa luce e ombre con contorni netti e precisi, Bava crea un’atmosfera potente e angosciante, che richiama un immaginario crudo e prepotentemente manicheo come quello delle fiabe dei fratelli Grimm, da cui mutua tra l’altro una discreta crudezza. Tra esterni ricostruiti in studio e suggestivi interni del Castello di Arsoli, la Moldavia di Gogol viene ricreata da Bava come luogo dell’inconscio, zona di scontro tra un principio naturale-femminile ed uno artificiale-maschile, una riproposizione orrorifica di un conflitto archetipico fatto di primissimi piani e trovate di puro genio, non ultima la terrificante maschera che dà il titolo al film. Se gli effetti speciali sono comprensibilmente invecchiati (ormai risibile il pipistrellone di gomma), in quanto ad atmosfere e scrittura La maschera del demonio ha ancora da insegnare a molti contemporanei, e non delude nella costruzione della tensione e nella cura delle interpretazioni. Un capolavoro di genere, un precursore che ha fatto scuola in patria e all’estero dando il via ad una nuova tipologia di horror più sanguigna e carnale, l’esordio e al contempo la consacrazione di uno dei grandi maestri del cinema italiano e non solo: da riscoprire.

TITOLO ORIGINALE: La maschera del demonio

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