STUDIO UNIVERSAL, 10.05: La moglie di Frankenstein

LA MOGLIE DI FRANKENSTEIN di James Whale. Con Colin Clive, Boris Karloff, Valerie Hobson, Elsa Lanchester. USA, 1935. Horror.

Sequel di Frankenstein di Whale, La moglie di Frankenstein ha vinto tre Saturn Award, ed ha ricevuto una nomination agli Oscar (Miglior Sonoro). Il dottor Henry Frankenstein ha giurato all’amata Elizabeth di rinunciare ad ulteriori esperimenti come quelli che hanno dato vita al Mostro, e rifiuta perciò la proposta del mentore Septimus Pretorius, che tenta di convincerlo a creare una nuova razza di uomini artificiali. Quando però il Mostro, scampato all’incendio del mulino, rapisce Elizabeth, Frankenstein si risolve ad aiutare Pretorius a creare almeno una compagna per la propria creatura.

Carl Laemmle Jr., degli Universal Studios, aveva deciso di realizzare un sequel di Frankenstein immediatamente dopo l’anteprima del film nel 1931, osservando l’accoglienza estatica di pubblico e critica. James Whale, però, non voleva tornare a lavorare sul romanzo di Mary Shelley, e la Universal dovette corteggiarlo non poco, cedendo ad ogni sua richiesta e capriccio pur di assicurarsi la sua collaborazione. Se da una parte questo ha comportato quattro anni di lavorazione, tra continue revisioni di sceneggiatura e cambiamenti all’ultimo minuto, ha permesso però un controllo creativo pressoché totale a Whale, che ha dato al film un’impronta personalissima, intensa e drammatica, riuscendo non solo ad eguagliare il livello del primo film, ma perfino a superarlo. La moglie di Frankenstein comincia nella celebre villa in cui Mary Shelley, Lord Byron e Percy Bysshe Shelley si riunivano per raccontarsi storie del terrore poi riportati nei rispettivi scritti, con Elsa Lanchester, nei panni della scrittrice, invitata a proseguire la propria storia. La vicenda prende il via esattamente dall’ultima scena di Frankenstein, col dottore, sempre Colin Clive, e la sua Creatura, ancora uno straordinario Boris Karloff, sopravvissuti all’incendio del mulino. Sul Mostro in particolare si concentra Whale, che con l’aiuto di alcuni psichiatri ne delinea una personalità a metà tra l’infantile e l’adolescenziale, caratterizzato da lampi di violenta collera ma anche e soprattutto da un desiderio tragico e straziante di essere amato. Se la parabola del dottor Frankenstein, diviso tra l’amore salvifico di Valerie Hobson e le tentazioni faustiane del fascinoso Ernest Thesiger, si risolve in un’ennesima caduta nella hubris illuminista e positivista, quella del Mostro è invece una parabola speculare e ascendente, una scoperta della propria umanità che regala alcune sequenze semplicemente splendide, prima tra tutte quella con l’eremita cieco di O. P. Heggie. Stavolta Karloff, che nel mimo dà comunque il meglio di sé, ha la possibilità di parlare, regalando alla propria creatura più famosa uno spessore inaspettato anche con pochissime, folgoranti battute. Whale si sbizzarrisce in trovate grafiche geniali e per l’epoca rivoluzionarie, come gli homunculi di Pretorius, ma la scena è ovviamente tutta per la “moglie” del titolo: la Lanchester, divisa nel doppio ruolo di Mary Shelley e nel parto del lato oscuro della sua immaginazione, porta in scena uno dei mostri più iconici di sempre, capace di rapire l’immaginario (complice una delle capigliature più improbabili e ambiziose di sempre) pur apparendo sullo schermo per non più di cinque minuti. Con magistrali tocchi di ironia e un’anima tragica a tratti straziante, La moglie di Frankenstein insiste sugli elementi tematici del primo film portandoli a compimento in un monumento quasi misantropico nel suo rappresentare una folla rabbiosa e perennemente ostile nei confronti del diverso e del difforme, inconsapevole artefice della propria distruzione nello scatenare la rabbia di una creatura che altro non vorrebbe che essere amata. Con ogni probabilità, il capolavoro di James Whale, un classico imprescindibile e senza tempo.

TITOLO ORIGINALE: Bride of Frankenstein

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