AL CINEMA: Notti magiche

NOTTI MAGICHE di Paolo Virzì. Con Mauro Lamantia, Giovanni Toscano, Irene Vetere, Giancarlo Giannini. Italia, 2018. Commedia.

Quattordicesimo film di Paolo Virzì, Notti magiche ha ricevuto una nomination ai Golden Spike al Valladolid International Film Festival. Roma, estate 1990: il noto produttore Leandro Saponaro viene trovato morto all’interno della propria auto, rinvenuta nel Tevere. I carabinieri fermano per il sospetto omicidio tre giovani aspiranti sceneggiatori, finalisti del Premio Solinas: Antonino Scordia di Messina, Luciano Ambrogi di Piombino, e Eugenia Malaspina di Roma. I tre, al comando, raccontano la storia di come le loro strade si sono incrociate con quella di Saponaro e col mondo del cinema italiano.

Dopo la parentesi americana di Ella & John – The Leisure Seeker, Paolo Virzì sentiva evidentemente il bisogno di un ritorno alle origini, sia in termini geografici che tematici. Notti magiche segna non solo il ritorno sul suolo italico del regista livornese, ma anche e soprattutto un ritorno alla satira cattiva, graffiante ed esagerata che aveva caratterizzato lavori come Tutta la vita davanti Il capitale umano, rivolta stavolta sì alla società italiana in genere, ma declinata attraverso la lente d’ingrandimento (deformante, ma d’ingrandimento) rappresentata da quel microcosmo che è Cinecittà. L’anno è il 1990, la nazionale italiana sogna e fa sognare la Coppa del Mondo sulle note di Un’estate italiana cantata da Eduardo Bennato e Gianna Nannini, e tre ragazzi pieni di sogni, di ambizioni e di nevrosi si incontrano come finalisti del Premio Solinas: da qui, Virzì li conduce come novelli Alice in un Paese delle Meraviglie in cui tutto luccica ma niente è oro, un mondo di contratti schiavisti, vecchi immarcescibili che non abbandonano mai la scena, produttori volgari e meschini che trasformano in volgarità e meschinità tutto ciò che toccano, attori primadonna che frustrano le velleità autoriali degli scrittori, compromessi forzati e indici di mercato tirannici. Notti magiche fotografa lo straziante momento di passaggio tra il cinema italiano dei grandi e quello dei mediocri al momento della sua punta al ribasso, quello in cui i vari Mario (Monicelli), Ettore (Scola) e Furio (Scarpelli) sono solo figure in penombra che osservano da lontano, un cinema che trova la sua fortuna mentre Federico Fellini gira con Roberto Benigni l’ultima scena de La voce della luna, segnando la conclusione di un’epoca ed aprendo le porte al monopolio dei cinepanettoni e delle fiction pseudostoriche e sentimentali. Virzì dirige tre illustri sconosciuti in un festival di sogni infranti: il coltissimo e disagiato Mauro Lamantia vede il proprio biopic artistico su Antonello da Messina trasformato in una baggianata con Mickey Rourke nel ruolo di Caravaggio (o al massimo di Bellini, “quello dell’aperitivo”), il giocondo ma efficientissimo Giovanni Toscano vorrebbe firmare un film sociale su un operaio di Piombino che si suicida, ispirato al padre, ma nel ruolo si impone l’ultimo idolo televisivo delle ragazzine che stravolge il soggetto, mentre la romantica emo Irene Vetere, cantante della vuotezza dell’alta borghesia romana, scopre sulla propria pelle la distanza e la differenza tra schermo e vita vera al momento in cui incontra il proprio idolo di persona. Attraverso le loro storie surreali, sempre sospese tra commedia e dramma, si snodano le fila di un giallo decisamente sui generis, con Giancarlo Giannini vittima di riguardo in un delitto che si rivelerà banale e deludente come banale e deludente è stata tutta la sua produzione “artistica”. Esagera, Virzì, e lo fa sapendo di esagerare, in un festival da teatro napoletano in cui i personaggi sono maschere, e più che riferirsi a grandi del cinema reali (cosa che pure fanno, in una carrellata di camei e ammiccamenti) rappresentano tendenze, degenerazioni, malcostumi, vizi e nevrastenie, muovendosi nel dietro le quinte di un mondo che si crede interamente sotto i riflettori. Mischiando note autobiografiche a voci di corridoio, Paolo Virzì firma un film brillante, ritmato e spietato, che si apre su un incipit geniale e si chiude con una lezioncina metacinematografica magari ridondante ed estesa oltre la sua utilità ma comunque funzionale, e che ritrae in maniera disincantata, disillusa e probabilmente anche un po’ piccata un’industria che non si interessa più di arte ma che punta tutto su botteghino e incassi. In un certo senso raccogliendo il testimone di Pupi Avati e del suo non riuscito Un ragazzo d’oro, Virzì torna in grande stile con uno spirito dissacrante e iconoclastico, coinvolgente nello sguardo e nelle modalità di narrazione, una denuncia magari datata, ma indubbiamente sentita. Un ritorno decisamente benvenuto.

TITOLO ORIGINALE: Notti magiche

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