RICHIESTA: Black Sheep – Pecore assassine

BLACK SHEEP – PECORE ASSASSINE di Jonathan King. Con Nathan Meister, Danielle Mason, Peter Feeney, Tammy Davis. Nuova Zelanda, 2006. Horror.

Film d’esordio di Jonathan King, Black Sheep – Pecore assassine ha vinto cinque premi internazionali, e ha ricevuto altre quattro nomination, una delle quali ai Golden Trailer. Alle Fattorie Oldfield, il nuovo proprietario Angus ha avviato un progetto di sperimentazione genetica per migliorare la qualità della lana delle pecore. Una coppia di animalisti, però, si introduce nei laboratori per liberare gli ovini, col solo risultato di scatenare nel mondo la furia di letali pecore mannare. Sarà il caos.

Negli anni Ottanta, la Nuova Zelanda era comparsa nel radar degli amanti del cinema di serie B (e serie Z) grazie a un giovane regista fuori di testa e pieno d’inventiva, Peter Jackson, che si era prepotentemente inserito nel filone delle commedie horror tutte effettacci gore caserecci con piccoli cult come Fuori di testa (appunto) e Splatters – Gli schizzacervelli. Su quella tradizione si inserisce anche Jonathan King, un solo cortometraggio all’attivo, che esordisce nel cinema di sala con un divertentissimo omaggio dalle premessi folli quanto gustose: Black Sheep – Pecore assassine, la terrificante (leggasi esilarante) storia di un’apocalisse zombi versione ovino, con gli eroi assediati da greggi di pecore mannare. Basterebbe una trama simile per far gridare ai cultori della serie Z al capolavoro, ma King fortunatamente non si adagia sugli allori e realizza un film che, pur marciando abbondantemente sull’assurdo delle premesse, macina scene incredibilmente divertenti e personaggi uno più sgangherato dell’altro, per una horror comedy che segue un filone à la Simon Pegg, solo molto più scalcinato e casinista. Non mancano ovviamente gli effetti splatter, parte integrante del sottogenere, con buone dosi di cattivo gusto comunque limitate a poche sequenze, tutte dedicate più a suscitare colpevoli risate da black humor che a scioccare; per quanto apparentemente caserecci e artigianali, poi, gli effetti visivi sono in realtà curati dalla Weta Digital, fresca degli Oscar per Il Signore degli Anelli, ed ogni impressione dilettantistica è quindi più che voluta, pensata proprio per omaggiare gli anni dell’exploitation. Il film prende sistematicamente in giro tutti i miti dell’horror, ricreando sequenze iconiche (una su tutte: una pecora che si affaccia dallo squarcio sulla porta in versione Jack Nicholson in Shining) in un contesto del tutto ridicolo: pecore mannare e vegani cannibali sono sufficienti a togliere ogni parvenza di serietà a un prodotto evidentemente presentato come uno scatenato divertissement. King alza la posta e tenta con l’auto-satira, sabotando consapevolmente anche qualsiasi rilettura vagamente sociopolitica del proprio film: polemiche contro l’industria alimentare e gli allevamenti intensivi, contro le emissioni serra e gli OGM, ogni battaglia ideologica ha come portavoce personaggi spudoratamente idioti, tanto per mettere in chiaro quanto seriamente debba essere presa l’intera operazione. Black Sheep si muove esclusivamente sulla pista dell’omaggio nostalgico e dell’affettuosa presa di giro, e costruisce su questa un filmino esilarante, intelligente, irresistibile. L’apice della serie Z.

TITOLO ORIGINALE: Black Sheep

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